Energia Nucleare      
Firma la lettera di Galileo 2001 al
Presidente Napolitano per costruire in Italia subito 10 nuove centrali nucleari

Torcia al plasma per un riciclo completo dei materiali
La Cina programma di costruire 200 reattori nucleari entro il 2050

Il petrolio e' arrivato a 100 dollari al barile;
I costi sempre piu'alti dell'energia stanno facendo cambiare l'opinione degli italiani sul nucleare?

In questo inizio 2008 abbiamo rivolto quattro domande al Prof. Renato Angelo Ricci, decano dei fisici italiani. Il Prof. R.A. Ricci e' Presidente dell'Associazione Italiana Nucleare e Presidente Onorario della Societa' Italiana di Fisica

Il nuovo anno è iniziato con il petrolio a 100 dollari al barile. La bolletta che le famiglie e le industrie pagheranno sarà sempre più alta. Quanto ci costerà nel 2008 la rinuncia all'utilizzo dell' energia nucleare?

Qualche anno fa (se non ricordo male nel 2002) in una delle mie conferenze su “Energia e Ambiente” mi era d’aiuto mostrare una vignetta fornitami da un amico in cui si vedeva un atomo ridente, con il nucleo e gli elettroni orbitanti, (titolo “L’atomo che ride”) di fronte ad un barile di petrolio con indicato il prezzo allora raggiunto di 50 dollari.Non c’è voluto molto tempo perché tale prezzo raddoppiasse, al di là di ogni previsione pessimistica. E così, mentre in altri paesi ci si convince ormai sempre di più a cambiare strada, diminuendo, anche per ragioni ambientali oltre che strategiche, il consumo di combustibili fossili, in Italia si continua a fare molte chiacchiere, a inventare sogni impossibili di energie rinnovabili, e, oltre che opporre da parte di certi settori politici un pervicace rifiuto, a non intraprendere alcuna azione concreta per ripartire con l’opzione nucleare, l’unica in grado di competere su “larga scala” con petrolio e gas da cui in Italia dipendiamo per più dell’80%. L’uscita dal nucleare ci è costata 120mila miliardi di lire storiche, continua a costarci decine di miliardi all’anno per l’importazione di elettricità e combustibili e rischia di costare, da qui al 2012, altri 55 miliardi di euro di sanzioni per la mancata applicazione del Protocollo di Kyoto (che tra l'altro, oltre ad essere un cattivo affare, non potrà dare risultati significativi). Il 2008 non farà eccezione e continueremo a pagare il kWh più caro d’Europa (1,5 volte la media europea, il doppio della Francia, il triplo della Svezia); non solo ma da qui al 2020 dovremmo accollarci, sull’utenza elettrica, altri 25 miliardi di euro per l’incentivazione delle fonti rinnovabili con scarso risultato per gli obiettivi di Kyoto.

Da più parti giungono segnali che la maggioranza degli italiani sarebbe (Nota1) favorevole oggi alla costruzione di centrali nucleari. Potrebbe essere il 2008 l'anno della svolta per il rilancio del nucleare?

E’ un fatto accertato, ormai da qualche anno, che la maggioranza degli italiani ha capito che, senza riprendere il cammino per riportare il nostro paese nel novero di quelli (in Europa sono la stragrande maggioranza) che producono energia elettronucleare, è difficile affrontare seriamente il grave problema dei fabbisogni energetici. Nell’Unione Europea l’energia nucleare è la prima fonte primaria per la produzione di energia elettrica (33%) seguita dal carbone (30%); il resto è gas e petrolio e, in una misura non certo sostanziale, energie rinnovabili (tenendo presente che la frazione più importante di queste è data dall’idroelettrico).In Italia, tanto per distinguerci, succede il contrario: nucleare (importato), carbone e idroelettrico incidono per circa il 13-14% ciascuno a cui si aggiunge una certa aliquota di geotermico (1,5%). Per il resto si va tutto a gas e petrolio, lasciando qualche briciola, malgrado propagande ed incentivazioni, alle altre energie rinnovabili (in particolare biomasse, eolico, solare). Difficile dire se il 2008 potrà essere l’anno della svolta e personalmente non sono molto ottimista visto quel che succede nel Paese, data la scarsa cultura politica per ciò che riguarda le scelte che dovrebbero avere una base tecnico-scientifica, e la propaganda demagogica che tende a sobillare la gente comune, contro ogni soluzione ragionevole (vedi ciò che sta accadendo a Napoli per lo smaltimento dei rifiuti e quel che è successo a Scanzano per il deposito delle scorie radioattive). C’è solo da sperare in una “svolta” nell’informazione e nell’educazione e qui i mass-media così come le comunità e le istituzioni tecniche e scientifiche hanno le loro responsabilità.

Gli ambientalisti di fronte al nucleare paventano sempre il problema delle scorie e dicono di voler aspettare la soluzione del problema. Gran parte dei politici inoltre dice di volere aspettare i reattori di IV generazione. Ma è giusto, in questa situazione, aspettare? Quando si dovrebbe aspettare inoltre per queste tecnologie?

La storia delle “scorie” è ormai come la favola dell’uomo nero. Le soluzioni tecniche del problema esistono già almeno dal punto di vista della messa in sicurezza come è stato ribadito più volte e come esemplificato da ciò che avviene in altri paesi, anche per lo stoccaggio e la trasmutazione degli elementi a lunga vita media. Per paesi come l’Italia lo smaltimento e l’immagazzinamento dei residui radioattivi (non solo di quelli provenienti da centrali nucleare, ma anche quelli derivati da altre attività industriali, scientifiche e sanitarie) non è di difficile attuazione. Scanzano era una buona soluzione tecnica ma è stata gestita male politicamente e mediaticamente, lasciando via libera all’ambientalismo catastrofista che induce solo paura e non fa ragionare. Una buona informazione può significare molto in questi casi. Per quanto riguarda la tattica “attendista”sui reattori di nuova generazione in questo caso non può far gioco come negli espedienti militari e non è consigliabile. Aspettare i reattori di IV generazione (2030) che saranno costruiti e gestiti dai paesi che già utilizzano a pieno regime i reattori standard della II generazione e stanno già installando quelli di III (vedi Finlandia, Francia, ma ormai anche Cina, Giappone, Regno Unito e USA) più che sicuri, significa perdere definitivamente l’ultimo treno per un nucleare prodotto in Italia e per i vantaggi che ne potrebbero derivare. Vuol dire che, invece che produttori, con la sola possibilità di partecipare a imprese all’estero, saremo ancora e sempre utilizzatori, ossia acquirenti sulla base di un mercato non controllato da noi e a noi poco favorevole. Se questa è politica lungimirante ….!

L'Italia con le sue industrie e i suoi tecnici sarebbe pronta oggi a costruire in modo efficiente le centrali nucleari di cui ha bisogno in tempi brevi?

Certamente la politica post-referendum non ha aiutato lo sviluppo delle istituzioni e delle competenze tecniche in campo nucleare. È questa una grande responsabilità che la classe politica italiana si è assunta dagli anni ‘90 in poi. L’Italia negli anni ‘60 era all’avanguardia in campo scientifico e tecnico nel settore dell’energia nucleare (siamo il paese di Fermi, di Amaldi, di Silvestri e di Ippolito). Tuttavia poiché tali competenze sono sempre state di prim’ordine la base importante è rimasta ed è tuttora attiva sia in campo scientifico (Università ed Enti di Ricerca) che in campo tecnico industriale(ENEL, Ansaldo, SoGIN, Nucleco, Capozzi, ecc). Su questa base si può ripartire. Basti pensare alle attività all’estero ed ai progetti internazionali cui tecnici italiani di elevata capacità partecipano. L’ENEL non potrebbe acquisire centrali nucleari in Slovacchia e partecipare ai programmi dell’EdF in Francia per il nuovo reattore EPR né l’Ansaldo potrebbe essere presente nei programmi nucleari nei paesi dell’Est Europeo se tali basi non vi fossero. La questione di nuovo non è tecnica e non può essere accampata a scusante dell’attendismo e del non fare nulla. È e rimane squisitamente politica, oltre che culturale. Per chi suona la campana?

L'intervista e' stata condotta il dal Dott. Giuseppe Filipponi Direttore della Rivista Fusione Scienza e Tecnolgia http://fusione.altervista.org (07.01.2008)

 
  Nota 1
Centrali nucleari in Italia? Oggi il 57% pronto a dire sì
Gli italiani oggi sembrano aver cambiato opinione sull’ipotesi dell’utilizzo, nel nostro Paese, del nucleare per produrre energia. Un ribaltone rispetto al referendum del 1987 quando la maggioranza del Paese disse no al nucleare. È probabile pertanto che se si tenesse oggi una consultazione popolare il rifiuto del nucleare non sarebbe più così scontato. È quanto emerge da un’indagine di Swg, secondo la quale il 57% degli italiani oggi si dichiara favorevole al nucleare. Lo schieramento del no, che due anni fa risultava maggioritario (52%), ora è sceso al 34%. Sono in particolare gli elettori di centrodestra ad essere favorevoli al nucleare, si dimostra invece più scettico l’elettorato del centrosinistra, che esprime una sensibilità diversa nei confronti dell’ambiente ed è più preoccupato per i rischi connessi. L’opinione degli italiani non è cambiata all’improvviso ma si è modificata nel corso degli anni, mano a mano che l’onda emotiva scatenata dal disastro di Chernobyl, avvenuto nel 1986, si andava attenuando. Nel 1991, infatti, alla stessa domanda rispondeva positivamente solo il 35% degli intervistati. Si torna sempre più spesso a parlare di nucleare come fonte di energia alternativa. Oggi, data la crisi energetica ed i problemi legati all'inquinamento, Lei sarebbe favorevole o contrario alla possibilità di puntare sull'energia nucleare?
 

16/1/1991

28/1/2005

5/1/2006

10/1/2007

Favorevole

35

40

50

57

Contrario

44

52

43

34

non sa

21

8

7

9

Autocollocazione politica

centro sinistra

centro destra

non collocati

Favorevole

46

68

35

Contrario

46

23

47

non sa

8

9

18

METODOLOGIA. L'indagine è stata condotta telefonicamente e online all'interno di un campione nazionale di 1000 soggetti maggiorenni nei giorni 24-26 settembre 2007.

Andrea Altinier
www.postpoll.it
Rivista di analisi e discussione politica di Swg
   
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