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Prof. Fausto Tapergi

Prof. Fausto Tapergi

La formazione e l’azione di quanto esiste


Fausto Tapergi, scienziato, filosofo e poeta

Il Prof. Fausto Tapergi è nato a Roma l'8 agosto 1909. Fin dall'adolescenza, c'era in lui una forte vocazione per le lettere e la filosofia. A 23 anni, aveva attratto l'attenzione di Alessandro Casati, già ministro dell'Istruzione, che gli presentò Benedetto Croce. Da allora il filosofo lo intrattenne a colloquio ogni volta che si recava a Milano dove Tapergi abitava. Tale frequentazione sarà di fondamentale importanza per il giovane Tapergi, egli però mostra subito di essere dotato di forte personalità quando, scrive il saggio “Critica alla filosofia di Benedetto Croce”. Nel dopoguerra, dopo aver combattuto in Russia e in Sicilia, è stato un imprenditore di notevole talento. Non ha mai abbandonato però lo studio, la ricerca, la lettura. Ha scritto e pubblicato saggi di filosofia, di letteratura e di scienza e una raccolta di poesie. Intensa la sua attività editoriale, su riviste e periodici e come conferenziere. I riconoscimenti sarebbero arrivati solo in età matura, quando in Russia vince un concorso internazionale con la splendida poesia “Trent’anni”. Si riveleranno fondamentali gli studi compiuti nel campo della Fisica e sul connubio fra questa e la Filosofia. La pubblicazione del rivoluzionario “I fenomeni fisici” e de “La conoscenza” finalmente a rettifica di Loke e Kant ne sono la più alta riprova. La Fondazionone Roerich di Mosca, per questa importante attività di innovazione, ha voluto premiare nel 2006 il Prof. Fausto Tapergi con un prestigioso riconoscimento, il Premio Y. N. Roerich, ”per i contributi sostanziali nella scienza del Cosmo, in particolare per le sue concezioni sulla formazione dell’Universo e del Cosmo”. Che è proprio l’oggetto del presente volume.


Avvertenza

            Il presente testo non muta in modo sostanziale il mio pensiero sull’essere e agire di quanto esiste dai punti di vista fisico e filosofico, ma è un rifacimento della sua esposizione per renderla, soprattutto, più agevole alla comprensione, più dimostrativa nei confronti di concezioni che mi sono risultate errate o addirittura prive di validità scientifica, e nei confronti delle mie stesse, che hanno retto ai miei e altrui meticolosi controlli.

            Il continuo scivolamento e allontanamento, lungo il secolo scorso, dal reperimento di ciò che realmente è, e di quanto realmente avvenuto per produrlo  rende assolutamente necessario che sia ripristinato il corretto e davvero valido metodo della ricerca, e del concetto stesso di verità, quale esposizione appunto della  realtà reperita, e non di vaneggiamenti immaginosi, privi d’ogni riscontro nella realtà di ciò che davvero è, e del come si è formato.

            Quest’ultimo e, purtroppo diffuso, ormai anche regge perché la sua correzione richiederebbe annullare quanto fino allora sostenuto, e compiere uno sforzo nuovo di osservazioni e di studi. Ma è proprio questo sforzo che la presente nuova stesura cerca di agevolare, perché sia riportata a più corretto e valido assetto la ricerca.

 

Prof. Fausto Tapergi,

Vicenza, 11. 09. 2007


Parte I

 

I maggiori errori e lacune nella Fisica

 

1 – I grossolani errori del “big-bang” e del “mondo bambino

 

Impavidamente si prosegue a conservare come base della presunta conoscenza fisica (ma certo non scienza), nell’incapacità sia intellettuale sia morale di riconoscerli come i due più grossi errori che sbarrano il cammino della realtà e verità scientifiche: la teoria del “big-bang” quale momento di partenza mediante scoppio di estensione universa, apportatore di quanto per esso  divenuto esistente; e il considerare del “mondo bambino” la fotografia presa con sofisticate apparecchiature di spazi lontanissimi dal sistema solare.

Non si vuole accorgersi che tutto ciò è inesorabilmente annullato, dal fatto che l’esplosione del big-bang risulterebbe di un universo privo di qualsiasi esistenza, così dimenticando un principio affatto elementare, che dal nulla non può sorgere esistenza alcuna (e altrettanto uno scoppio di qualsiasi portata); e che nessuna fotografia di un tempo passato può essere eseguita oggi, ma solo di come qualsiasi spazio è nel presente. Con tutto questo si rileva, pertanto, che il big-bang e il mondo bambino sono immaginazioni rimaste tali nella mente di chi continua a formularle, senza alcuna possibilità di trasformarle in esistenza reale, e quindi in verità scientifica.

E impone che la Fisica, perché sia davvero scienza, sia, o piuttosto torni ad essere, scoperta delle cose realmente esistenti, e dei loro modi di comporsi e di agire, e non una realtà di modi cerebrali senza consistenza e affatto inutilizzabili sia come conoscenza e sia come intelligenza, della quale è esplicita negazione.

 

2 – Le scoperte e i limiti di Newton

 

La grande scoperta per la quale Newton continua ad essere famoso ed esemplare è quella della gravitazione universale, mediante la quale le materie e cose di ciascun globo si attraggono fra di loro, e talmente da reggere qualsiasi proiezione e dilatazione verso l’esterno durante la formazione.

Però Newton non si avvide che, per l’equilibrio che ammiriamo tra i globi disseminati nello spazio, la gravitazione è essenziale ma non basta, poiché i suoi effetti attrattivi trascenderebbero quelli dei globi maggiori, per attrarre materie e cose dai globi minori, o addirittura interi questi ultimi, e l’equilibrio in atto cadrebbe in balia di eventi mutevoli ed anche improvvisi.

E’ perciò emersa l’occorrenza di una forza pari e contraria a quella attrattiva e che mi era già avvenuto di reperire in sede universale, come si vedrà più avanti.

Galilei non riuscì a spiegare perché degli oggetti di peso differente raggiungono il suolo nello stesso tempo, mancandogli l’unificazione impressa dalla gravitazione, poi stabilita da Newton. Però comprese e spiegò ben prima di Newton, che una biglia, fatta rotolare lungo un piano inclinato, aumenta uniformemente la velocità ad opera dell’attrazione crescente verso il centro della Terra: per cui fu poi agevole a Newton sostenere (o piuttosto confermare) che i corpi aventi massa si attraggono reciprocamente, e aggiungere: la forza di attrazione tra due corpi è proporzionale alla loro massa e a una costante universale, e inversamente proporzionale al quadrato della distanza che li separa.

Le leggi del moto di Newton, aggiunte a quelle di Galilei sono le seguenti:

a)      un corpo mantiene il suo stato di quiete, o di moto rettilineo uniforme, finché non viene accelerato da qualche forza esterna;

b)      l’accelerazione è proporzionale alla forza applicata, e la forza è pari alla massa moltiplicata per l’accelerazione;

c)      ogni azione corrisponde ad una reazione uguale e contraria. Se un cavallo trascina una pietra mediante una corda, la pietra riceve una spinta in avanti, il cavallo all’indietro;

d)      quando due oggetti entrano in collisione senza altra forza che agisca su essi, il momento totale prima della collisione è uguale al momento totale dopo la collisione (conservazione della quantità di moto).

 

3 – La luce e i colori secondo Newton

 

Invece sono stati e sono tuttora discutibili le esposizioni e sperimentazioni di Newton sulla luce bianca e sui colori che la compongono.

Quando Galilei si pose il problema, che già fece esistere ai suoi tempi, se la luce avesse velocità e quale, oppure no, egli dovette correttamente rinunciare per mancanza di altre adeguate conoscenze. Invece Newton non si pose per nulla il problema, che implicava se essa fosse costituita o no da radiazioni corpuscolari, accettando quale allora appariva emissione di radiazioni, e queste con propria velocità di percorrenza nello spazio. Delle quali radiazioni corpuscolari credé composte le colorazioni dello spettro solare ottenuto facendo passare i raggi del sole attraverso un prisma; come avviene in natura con l’arcobaleno, spettro delle radiazioni solari passanti attraverso la miriade di goccioline d’acqua rimaste sospesa nell’aria dopo un temporale. D’altra parte Newton diede una propria dimostrazione colorando un disco, in parti uguali,  nei colori dello spettro solare, e facendo girare rapidamente il disco si otteneva della luce con i colori mescolati negli occhi, un colore bianco-grigiastro.

Ma, come già nella gravitazione, anche nella luce Newton trascurò un notevole particolare, che più tardi fu ugualmente trascurato da Einstein; trascurò il fatto che i vetri alle finestre, che allora cominciavano ad essere impiegati (i vetri piombati),  per la loro estrema compattezza e impenetrabilità ai gas e ai liquidi, non avrebbero potuto lasciar passare le radiazioni di corpuscoli di luce, e ancor meno la visione, ormai affatto limpida e precisa, delle case, alberi e fiori, esseri umani e animali, al di là delle finestre, come se queste non ci fossero.

Gli effetti dei vetri alle finestre avrebbero impedito più che a Newton, ai suoi successori, di considerare possibili le concezioni sulla radiazioni della luce e dei suoi colori, e quindi di cercare la natura e origine di questi in altre direzioni.

 

4 – I quanti di Plank e l’elettromagnetismo di Maxwell

           

Tra le diverse linee di ricerca ebbe spicco, sul finire del  ‘900, la teoria dei quanti di Plank, nel tentativo di spiegare la formazione delle entità minori, che altrimenti, secondo lui, sarebbero rimaste inspiegabili.

Soprattutto la luce che, nella tecnica fotografica, era considerata un assiemamento di quanti luminosi che veniva impresso sulle carte sensibili attraverso procedimenti fisico-chimici. Concezione questa ripresa nel 1905 da Einstein, e come tale rimasta fino ad oggi. La vediamo infatti, tale e quale, applicata alla teoria delle cellule fotoelettriche degli ascensori: praticamente si divide in due un gruppo di “quanti luminosi”  che posti ai lati di un porta aperta fanno si che  questa non si chiude  se ambedue le parti non sono poste in contatto elettro-ottico. Rilevo che non occorreva affatto ricorrere all’invenzione dei quanti, perchè le adeguate normali particelle portatrici di carica elettrica e utilizzate in modo analogo a quanto sopra descritto sono esse a provvedere al contatto elettrico; mentre la teoria dei quanti, nella concezione originaria, è praticamente decaduta.

Nel XIX secolo, poco dopo Plank, Maxwell credette poter dimostrare che la luce fosse costituita da onde elettromagnetiche; e che esse non potessero esistere in uno spazio affatto vuoto, tando in moto quanto in quiete, bensì supportato da un etere, che non si è mai trovato; come non si è mai riconosciuto che la luce, a noi proveniente dal Sole, fosse data da onde elettromagnetiche.

Non essendo stato possibile rilevare le onde elettromagnetiche di etere, nel 1887 Albert Michelson e Edward Morley tentarono con un dispositivo ottico di rilevare la velocità della Terra rispetto a quella del presunto etere, senza alcun risultato.

 

 

 

5 – La relatività ristretta di Einstein

 

Per risolvere le incertezze e indeterminatezze in cui era caduta e immobilizzata la Fisica, Einstein pensò di avere un colpo di genio risolutore con l’affermare che nessun esperimento fisico poteva far distinguere due laboratori identici; e quindi che il moto della Terra era da considerare unico e assoluto.

Inoltre che l’aumento effettivo di una massa è proporzionale all’energia ad essa trasmessa. Da cui la formula E = MC2; Energia = Massa per la Velocità della Luce al quadrato. Pertanto, se di due veicoli A e B, quest’ultimo è oltrepassato con velocità inferiore alla metà di quella della luce, A osserva che B ha subito un accorciamento nella direzione del moto.

Einstein anche osservava che la velocità della luce non dipende dal moto dell’osservatore. Muta la massa e lunghezza di un oggetto con l’aumento della velocità rispetto quella della Luce. Le lunghezze parallele al moto di riducono e si contraggono mentre la massa aumenta. Ciò rende impossibile superare la velocità della luce.

Su queste concezioni, qui compendiate, sono da fare molte e importanti osservazioni, finora mancate.

 

6 – Osservazioni alla Relatività di Einstein

 

Il termine relatività viene dalla filosofia, e proprio allora era in auge e diffuso il relativismo filosofico, che affermava la relatività della conoscenza  e dei principi da essa affermati; che Einstein trasportò in campo fisico come relatività del moto. E comunque in un ambiente che contestava la rigorosa universalità del neoidealismo di Benedetto Croce, che stava allora emergendo, fu notevolmente facilitata la diffusione di quel termine, che per molti significava il trionfo della relatività, sia fisica sia filosofica, sull’idealismo crociano. Talmente, che quando Giolitti, Presidente del Consiglio, volle dare un riconoscimento ufficiale al primato filosofico che Croce stava dando all’Italia, lo nominò Senatore a Vita, non per meriti culturali, che avrebbero sollevato un polverone, bensì per censo, largamente palese.

Il prendere per base della velocità della luce i 299.792 Km/sec calcolati nel secolo XIX dal National Physical Laboratory di Londra, fu un grosso errore: l’elettromagnetismo dei risuonatori a cavità da cui venne il suddetto risultato, col suo potere attrattivo riduceva i risultati. Ma soprattutto la compattezza e assenza di porosità dei vetri alle finestre non avrebbe lasciato passare le immagini al di là di esse come regolarmente avviene, se la luce avesse avuto le radiazioni corpuscolari che invece non ha.

Le leggi del moto di Newton riguardano, non il moto universale, ma quello in generale che si verifica sulla Terra con effetti concreti. I corpi in quiete, in moto rettilineo uniforme, in accelerazione, non solo sono realmente visibili, ma hanno effetti variabili sia ai fini sperimentali che a quelli pratici. Realmente l’accelerazione richiede quella forza per attuarsi. Infine la resistenza esercitata dalla pietra sul cavallo che la deve trascinare, è estremamente reale, e preme sul cavallo in sforzo e sudore, e in tempi di trascinamento proporzionali al peso della pietra, agli attriti che subisce, e alla forza del cavallo.

Invece i tentativi di Einstein di considerare e spiegare il moto quali principi universali, lo porta a utilizzare come valide le impressioni visive, ma non la realtà dei loro effetti durevoli e pratici.

Egli spiega: due orologi sono stati portati intorno al mondo, ma in senso contrario. Al ritorno, quello che aveva viaggiato verso Est aveva subito un ritardo, l’altro era in anticipo, rispetto l’ora di Washington. Immaginiamo al Polo Nord un orologio fisso rispetto al moto rotatorio della Terra. L’orologio di Washington si muove rispetto questo orologio, e quindi in ritardo; l’orologio in volo verso Est subisce un ritardo maggiore; quello verso Ovest guadagna rispetto l’orologio di Washington.

Io mi sono chiesto che significato avesse tutto questo ai fini scientifici, in quanto non diceva nulla di nuovo, né pratico né teorico, poiché chi viaggiasse con aerei ben sapeva il ritardo con cui si procedeva seguendo la rotazione verso Est della Terra, e invece in anticipo andando verso Ovest.

 

7 – La quadridimensione spazio-tempo di Minkowski,

e la presunta curvatura della spazio

 

 Nel 1907 il matematico russo Hermann Minkowski credette che combinando le tre dimensioni dello spazio con quella del tempo, di poter asserire che tutti gli eventi dell’Universo avvengono entro una continua quadridimensione spazio-tempo. Che potrebbe essere accettata per determinare le posizioni e dimensioni dei globi del Cosmo, poiché quelle dell’Universo sono di unica infinità.

            Einstein invece credette accogliere il concetto spazio-tempo di Minkowski, che gli pareva si muovesse nella direzione innovatrice della sua ambiziosa relatività. Ma vi aggiunse la supposizione (che per lui voleva dire definita teoria, e tale fu interpretata) che lo spazio-tempo fosse curvo in presenza di una massa rilevante. Egli sosteneva, senza effettiva constatazione, che tutte le particelle, comprese quelle della luce, viaggiassero nel percorso geodetico più breve, e nei punti in cui lo spazio-tempo è curvo, sono curvi anche i loro percorsi; la massa produce uno spazio curvo che fa muovere le particelle come se subissero un’attrazione: la materia dice allo spazio come curvarsi, e lo spazio dice alla materia come muoversi.

 

8 – Il moto della Luce nello spazio, secondo Einstein

 

Secondo Einstein la luce viaggia sempre nel percorso più rapido. Pertanto nel presunto spazio-tempo curvo prossimo al Sole, la luce dovrebbe essere flessa di 0,00490 gradi. La gravitazione newtoniana prevede una flessione pari alla metà.

Nel 1919 l’astronomo britannico Arthur Eddingthon organizzò una spedizione in Brasile ed a Principe, isola del Golfo di Guinea, per misurare la deviazione della luce durante quella eclisse totale di sole. Si sostenne che i risultati, comunicati alla Royal Society di Londra, corrispondevano alla teoria di Einstein; come invece non poteva essere per diversi motivi contrari.

a)      Il rapporto era basato sulla presunzione generale, sostenuta allora, che la luce che si espande dal Sole fosse costituita dalle radiazioni dell’energia solare, che invece non esistono, ma siamo noi e i singoli oggetti ad avvertire quell’energia, dal  Sole emanata direttamente tutt’intorno a sé.

b)      Non si è mai trovato alcun spazio-tempo curvo, né col potere di flettere radiazioni luminose, di fatto inesistenti, né quindi possono verificarsi flessioni dell’energia solare, unica davvero esistente, ma variazioni nell’avvertirla, come avviene nei nostri occhi e lungo il nostro corpo.

c)      Questo spazio curvo, se esistesse, dovrebbe provocare un vuoto tra la posizione iniziale dello spazio e quella raggiunta dalla curvatura, e sarebbe  anche stato da stabilire se si tratti di un vuoto parziale permanente o da colmare successivamente. Di ciò non mi risulta sia mai stato scritto o parlato. D’altra parte le sonde inviate oltre il sistema solare non hanno mai rilevato curvature già in atto o in formazione; come la presenza o formazione di buchi neri.

d)      Una eventuale pur minima flessione dei bordi luminosi del Sole poteva essere stata avvertita dall’occhio o dallo strumento impiegato per coadiuvarlo, data la mobilità del disco d’ambra che scherma il sole, e la risultante frangiatura dell’energia colta dagli occhi: ma si tratta di fatto fisico umano, affatto privo di significato universale.

 

9 – Istantaneità del moto energetico

 

Un’ultima osservazione sull’impossibilità di una qualsiasi velocità del moto intrinseco all’esistenza  ed alla luce, dato che è perpetuamente istantanea, e quindi la massima in assoluto; come sarà dimostrato più avanti.

Molti sono stati gli scienziati che nei due ultimi secoli hanno avvertito che il fattore moto e la sua velocità fossero determinanti nell’essere e origine dell’energia, che sempre più si andava palesando componente o fattore della pur menoma esistenza e azione; per cui solo determinando quel moto e quella velocità era possibile capire e definire la reale e utilizzabile natura delle esistenze, dalle menome e pressoché impercettibili alle massime spazianti nel Cosmo.

Einstein fu il più fortunato tra questi scienziati, essendo riuscito a far propria la massima velocità naturale individuata ai suoi tempi. Il cui apprezzamento non venne meno quando Enrico Fermi dovette mettere da parte la nota e un pò troppo frettolosa e inutilizzabile formula dell’energia, per rintracciare e definire lui stesso quanto davvero era necessario ai compiti ben più realistici che aveva assunto.

Ma il colpo più rude a quanto d’improprio era nella concezione di Einstein venne da Hertz, che credè scoprire le onde con le quali allontanava la rigida velocità della luce di Einstein, per avvicinarsi, senza saperlo, ma di fatto, alla immediatezza, che altrettanto fu compresa e prontamente utilizzata da Marconi.

Nella realtà, e per logica naturale, neppure le onde esistono, che provocherebbero intorno alla Terra uno spazio colmo di interazioni, urti, contrasti di ogni genere e d’impossibile prosecuzione.

Concludo col rammentare che la seria e corretta verità ci viene soprattutto dal metodo di Galilei: attenta osservazione e scrupolosa riflessione. Con il quale ho potuto accorgermi dei grossi errori e lacune che stanno tuttora limitando e fuorviando lo sviluppo e il riconoscimento della vera scienza, e  ripulirla di quanto ancora la vizia.

 

 

 Parte II

 

L’Universo Creatore e il Cosmo Creato

 

1 – L’origine comune del tutto

           

Visti nella prima parte di questo libro i maggiori errori, lacune e sbandamenti che da oltre un secolo hanno invaso la Fisica, da gravemente deteriorarla anziché portarla a più valido strumento di verità perché corrisponda ai fini teorici e pratici di ogni scienza, si è presentato ovvio e immediato iniziare la necessaria correzione con l’abbattere intanto l’errore più grossolano e agevole del big-bang, esplosione di portata universa avvenuta nel vuoto assoluto, rammentando il principio di logica naturale: che dal nulla non può sorgere altro che nulla. E che per capire come l’esistenza sia iniziata occorre volgersi ad altra parte.

Cioè a riempire quel nulla con una entità eterna ed infinita, e come tale perpetuamente presente, e così antecedente a qualsiasi possibile esistenza. Anzi essa medesima costitutrice e formatrice  della corrispondente esistenza, come occorre che sia perché  esista unicamente l’infinità del tutto, nella assoluta inesistenza del nulla  poiché dal Tutto non può sorgere altro che il Tutto.

Vedremo più avanti l’importanza fondamentale di quest’unica esistenza infinita ed eterna che l’Universo Creatore, come è da chiamare, costituisce di sé per formare a suo volta il Cosmo Creato, appieno corrispondenti tra loro nelle rispettive entità.

 

 

 

2 – Caratteristiche essenziali dell’Universo Creatore

 

            Nel cercare frattanto di comprendere e definire i modi e caratteri con cui è e agisce l’Universo per creare e foggiare le materie e cose che si stendono nel Cosmo, rileviamo immediato il moto, poiché è esso a rendere evidente l’esistenza, e può quindi essere trasmesso alle materie, cose e fatti del Cosmo.

Questo moto, come occorrente per palesare e utilizzare la propria esistenza, è perciò da definire “moto ad essere”, e lo troviamo infatti in ogni materia, cosa e fatto esistente.

L’Universo Creatore è moto ad essere, e il Cosmo è appunto creato mediante la trasmissione del moto.

Ma come questo moto è azionato dall’Universo e trasmesso a azionato nel Cosmo? Certamente non in unica massa, che in se spegnerebbe ogni singola esistenza; ma necessariamente in singole unità infinitesime che  in tale stato sono in grado di costituire anche le minime, invisibili esistenze del Cosmo, come anche, con l’associarsi, i globi di massimo volume.

Ma se la spinta a unità infinitesime  del moto così restasse, provocherebbe un turbamento della massa da cui proviene, sia se volgendo a direzione costante portasse (o avesse portato) a un vuoto posteriore, sia se le singole infinità portassero alle più diverse direzioni.

Risulta infatti che la stessa logica naturale ha predisposto che, effettuata la spinta infinitesima in avanti, immediata la massa la riattragga per ricostituirsi: per cui la formazione degli infinitesimi e la ricomposizione delle masse avvengono mediante  una perpetua e celerissima vibrazione infinitesima avanti-indietro, respinta-attrazione, infinitesimo-infinito, che assicurano il costante mantenimento ed equilibrio di ambidue i movimenti in qualsiasi materia, cosa, fatto, circostanza, e l’estensione e infinità del Tutto nel suo insieme: singolarità fino agli infinitesimi; totalità fino all’infinito.

 

3 – Energia e intelligenza naturali

           

Questo moto ad essere in vibrazione infinitesima dell’Universo Creatore costituisce appunto l’energia che parimenti sostiene con la sua forza, tutte le materie e cose poi create, a così operare.

Ed eccoci a rilevare, per appieno definire l’essere e agire dell’Universo Creatore del Tutto, che è l’energia, che abbiamo visto costituirlo, non solo ad agire secondo la sua forza, che ci potrebbe apparire unicamente o almeno sostanzialmente materiale, ma anche secondo la sua intelligenza, intrinseca alla medesima energia.

Vedremo quando parleremo degli esseri viventi, e in specie degli animali superiori e degli uomini, che l’intelligenza specifica del cervello è data dall’importante insieme associato delle vibrazioni energetiche che riempiono i loro crani e si dirigono sia verso il pensare che l’agire, perché ambidue concorrono, nel solito costante equilibrio di conseguimento e di indirizzo, al migliore orientamento e compimento sia di agire secondo l’opportunità di fini e  di mezzi a conoscenza del cervello, e sia seconda la forza materiale propria o che notiamo disponibile a coordinarci.

Dunque, per riassumere, l’Universo Creatore è l’alto strumento con cui è possibile dare esistenza e movimento al Cosmo. E a tale fine è dotato di moto ad essere, che si determina in spinta e forza ad essere in infinitesimi perché il moto ad essere sia anche nelle sue entità minime ed a noi invisibili; ma, reinserito nella massa che lo ha espresso, immediata lo richiama attrattivamente: e in questo modo e nello stesso momento la forza e spinta  e moto che produce l’infinitesimo, anche provoca il mantenimento della massa allo stato infinitesimo nell’intera sua infinità ed eternità. Nella quale coi suoi costanti moti e forze esprime quella che è e chiamiamo energia: energia per agire costante come è necessario, e insieme per concepire e vigilare la costante occorrenza e misura dell’azione da eseguire.

 

4 – La costituzione del Cosmo Creato

 

Ho ripetuto a iosa, che senza un Universo antecedente, e costituito e operante come sopra descritto, del Cosmo non potrebbe esistere nulla, poiché esso, per sé medesimo, sarebbe assolutamente vuoto.

A costituire il Cosmo sono infatti le stesse vibrazioni infinitesime nelle quali abbiamo visto comporsi l’Universo: il quale è esso a fare di se medesimo le particelle o quant’altro troviam poi costrutto, materia, cosa e fatto, che si stende nello spazio.

Qui è bene constatare che delle vibrazioni dell’Universo non vediamo nulla data la loro riduzione all’infinitesimo; e se poi si formano, come avviene, delle associazioni vistose tra loro, esse ci risultano formazioni del Cosmo e non dell’invisibile Universo, che prosegue ugualmente non visto, ma costantemente presente e operante nella sua energia.

E’ anche da notare che la formazione delle particelle, e dei corpi elementari, o atomi, che le contengono, cioè del Cosmo, non è avvenuta in una sola volta, ma, con maggiore probabilità, in grandi gruppi. Per cui le singole formazioni hanno incontrato condizioni diverse, di densità, di pressione, di temperatura, che tuttora hanno condizionato, anche fortemente, forma, proprietà, caratteristiche, sia delle singole particelle, sia dei corpi elementari.

I grandi globi luminosi, e quelli privi di luce propria, sono tra le differenze più vistose di quelle formazioni secondo il grado di scopertura dell’energia verso l’esterno, specie degli atomi d’idrogeno, che più tendono a irradiarsi verso l’intorno, mentre gli atomi di materia liquida o solida, non raramente commisti, spesso rimangono chiusi in sé.

 

5 – Le singole particelle

 

Le diverse forme e i compiti specifici delle particelle che vado sotto elencando son dovuti all’intelligenza che guida l’operare dell’energia, perché esso corrisponda alle occorrenze che in modo generale, e talora in modo specifico, si rendono evidenti nel Cosmo in perpetua formazione.

Anche perché il farsi cosmico, secondo, come ho già posto in evidenza, i tempi, luoghi, circostanze e condizioni in cui avviene, può avere effetti diversi, taluni affatto imprevisti: e spetta all’energia, che ha in se equilibrati forza e intelligenza, ad avvertire, e in conseguenza provvedere e rilevare, che le alterazioni sono limitate e quindi riportabili alle forme ed esecuzioni generali; oppure variamente notevoli e perfino drastiche, e sia preferibile contenere gli adattamenti alla conservazione e al rafforzamento dell’equilibrio forza-intelligenza, infinitesimo-infinito, essenziali per la stabilità del moto ad essere del Tutto, e si limita a contenere nel restante le forme e i caratteri più prossimi ai normali.

Le particelle normalmente costituite, e che compongono in modo determinante i corpi elementari (atomi, molecole, gruppuscoli) sono le seguenti:

protoni, a elettricità positiva, che con le quantità in cui si associano, da 1 a 92, e rispettiva reciproca attrazione, e quindi grado e modo di compattezza e stabilità, determinano le proprietà e i caratteri fisici (se gas leggeri o pesanti, se liquidi, se pastosi, se solidi, e il rispettivo peso specifico), meccanici, chimici, elettrici; a parte i mutamenti che proprietà e caratteri possono assumere per le influenze termiche, di idratazione, di pressione, di dilatazione ed espansione, secondo la loro forza, intensità, distanza;

neutroni, di pochissimo più grandi poiché non contratti dalla reciproca attrazione, privi di elettricità, con la funzione di avvolgere il nucleo dei protoni per proteggerne le proprietà e caratteristiche; non raramente avviene che il prolungato continuo contatto scarichi in qualche neutrone l’elettricità di qualche protone, senza mutamento avvertibile delle proprietà e caratteristiche dell’insieme originario;

elettroni, con massa circa 1800 volte inferiore a quella dell’atomo più leggero, l’idrogeno (1 protone e 1 elettrone). Si collocano negli atomi in piccole quantità e ben distinti dai nuclei, intorno ai quali agiscono circolarmente molto veloci, secondo uno o più orbitali elettronici, che emettono o assorbono energia passando dall’uno all’altro in modo che non più di due elettroni passino nello stesso momento nello stesso orbitale con spin opposti ed effetti diversi: orbitale integro (s), principale (p), diffuso (d), debole (f). L’orbitale atomico è anche detto la densità di carica prodotta dagli elettroni intorno al nucleo. Gli orbitali in genere possiedono due lobi, e gli elettroni risiedono nell’uno o nell’altro. Con tali movimenti svolgono il compito di assecondare l’adesione degli altri atomi aderenti o almeno prossimi, senza penetrarli e così senza alterarli, ma cooperando con essi a costituire masse e corpi, e nel contempo a ricostituire la primitiva formazione singola.

 

6 – Altre particelle dubbie, alterate, difettose.

 

Le particelle dal fisico americano Murray Gell-Mann chiamate “Quark”, con parola priva di significato coniata da J. Joyce (fecondo di stranezze linguistiche) e che senza precisare luogo e compito di esse, risulterebbero sostanzialmente inesistenti; oppure potrebbero coincidere con i tre momenti della proiezione repulsiva (partenza, stacco, arrivo) e gli altrettanti del richiamo attrattivo (ritorno, moto al riattacco, ricongiunzione alla massa), nei quali ho visto ripartirsi l’energia esistenziale, di cui più sopra e con meglio adeguata aderenza all’avvenuto.

I “Fotoni”, nella realtà constatata con attenzione, non sono particolari particelle, bensì raggruppamenti in “effetti luce” conseguiti da convergenza di energia da una fonte luminosa sopra una ristretta superficie. Così è l’accentramento di energia allo stato di luce operato da una macchina fotografica verso una lastra o carta sensibile; così l’accentramento, e poi divisione in due parti, di energia luminosa, che opera integra quando le due parti sono poste in contatto, e che invece non opera quando il contatto è interrotto. L’energia così accentrata e posta, oppure no, entro sé in contatto, oppure interrotta, è sempre costituita delle stesse particelle, e corpi atomici,  che costituiscono ogni cosa, sia emittente luce, sia affatto priva di luminosità.

Col termine di “Mesoni”, sono distinte le particelle con massa intermedia tra protoni e elettroni, ovvero piccolissima e con spin intero. Comprende anche le particelle dette “Pioni”, (Mesoni Pi), tutte soggette all’interazione forte. Non si tratta di tipi particolari di particelle, che diano luogo a specifici corpi elementari, bensì di particelle normali (protoni, neutroni, elettroni), alterate e deformate da condizioni turbative durante la loro formazione, quali pressioni e urti tra masse e corpi già formati, sorgenti di calore molto vicine ed elevate, vuoti o addensamenti di materie e sostanze con cui venire in  interazione. Ciò spiega le notevoli disparità di massa e di comportamenti delle particelle irregolari e difettose.

Il nome di “Leptoni” è impiegato per considerare particelle d’incerta origine, proprietà e consistenza. In genere designa ogni particella elementare di spin 1/2 non soggetta a interazione forte (elettrone, neutrino, muone, tauone), ed anche atomi, molecole, ioni, loro gruppi non classificabili tra quelli regolari. Ripeto perciò che questi nomi collettivizzanti, di cui qualcuno abusa per sembrare un attento scopritore, possono sembrare, a scarsi discernimenti, scoperte di nuove particelle o di loro varietà, mentre sono, o deformazioni, o rielaborazioni di stati fisici, che di fatto confermano la realtà e sanità delle particelle che di sé danno più corretti e stabili comportamenti alla grande generalità delle esistenze.

Anche i Neutrini sono tra le particelle a carica nulla e massa  minima e non definita, rientrabili tra le formazioni occasionali e difettose. Di essi sono stati rintracciati e definiti tre tipi corrispondenti ai Leptoni carichi (con spin 1/2); neutrini elettronici, pressoché normali, con massa di 2,2 eV, ossia meno di 100.000 volte la massa dell’elettrone che è di 0,51 MeV, e inoltre soggetti all’interazione debole; neutrini muovici con massa minore di 0.17 MeV, e soggetti all’interazione debole; neutrini Tau con massa  minore di 23 MeV, e soggetti all’interazione debole.

In sostanza, le diversità di formazione e comportamenti (comprese altre molto più rare) corrispondono a casualità poco frequenti, e talora affatto accidentali di natura difettosa, da tenere ben presenti per non prendere per regolari e corrette le eccezioni e i difetti; come usiamo con gli esseri viventi, con i quali stiamo velocemente imparando a distinguere la sanità e regolarità nelle sue innumeri forme, specie e varietà, dai difetti e dalle malattie.

 

7 – I corpi elementari

 

Sappiamo, e comunque ho più volte ricordato, che le particelle, più sopra dettagliate, sono costituite delle medesime vibrazioni energetiche infinitesime prodotte dall’Universo per l’intera estensione della sua infinità; e che sono così foggiatesi, con l’ulteriore vicendevole associarsi e collegarsi a costituire i corpi elementari, o atomi, con le proprietà e caratteristiche  determinate dal numero dei protoni, dalla presenza protettiva dei neutroni, e il collegamento con altri corpi elementari mediante gli elettroni, e dall’intensità e stabilità associativa, salvo le eventuali interferenze di cui ho scritto più sopra.

E rammento che l’operare del mondo della Natura ha anche connessione con l’intelligenza, che insieme alla forza, è espressa dall’energia a regolatrice dell’operare secondo le circostanze.

Dell’infinita esistenza, di cui siamo tra i componenti, nulla è mai solo materia, ma partecipa dell’intelligenza dell’energia costitutiva del Tutto; al modo stesso, di cui tratteremo a suo luogo, che neppure l’intelligenza podrà mai essere solo intelletto, per la costante inscindibile connessione con la materia che la sostiene e nutre di sangue e conoscenze. E’ pertanto ovvio che se si trascura la costante presenza attiva e avveduta dell’energia esistenziale e dell’inerente intelligenza naturale, non saremo mai nella capacità di appieno comprendere la realtà propria e di qualsiasi esistenza.

 

8 – I più leggeri e diffusi atomi dell’idrogeno

 

Il più singolare atomo per composizione, leggerezza e diffusione, quello del gas idrogeno, richiede un’attenzione particolare. E’ costituito di un solo protone, a carica positiva, e un solo elettrone, a carica negativa, 1836 volte più leggero del protone.

Questo elettrone nell’atomo idrogeno si muove secondo  tre orbite rispettivamente perpendicolari; sicché l’idrogeno, oltre che essere di massima leggerezza, finché isolato sfugge agli strati superiori dell’atmosfera terrestre, come da quella di ogni globo emettente idrogeno, ed è anche infiammabile, conbinandosi facilmente con l’ossigeno.

L’Ossigeno sul nostro globo è molto diffuso e ben più pesante, con otto protoni ed inerenti neutroni ed elettroni; e quando s’incontra, come avviene facilmente, con adeguate quantità di atomi di idrogeno forma la diffusissima molecola dell’acqua (due atomi di idrogeno e uno di ossigeno); la parte di ossigeno che rimane libera si mescola con altri gas, e specie con l’Azoto, simile in  peso, di 7 protoni e inerenti neutroni ed elettroni, a costituire l’aria, ossia l’atmosfera mediamente appropriata agli uomini.

S’intende che gli strati superiori della nostra atmosfera si fanno man mano più poveri del più pesante Ossigeno e più ricchi del più leggero Azoto, e via via  col salire dei gas più leggeri e rarefatti; e col discendere si avverte il più moderato Azoto, e l’atmosfera a noi più abituale, e infine, al contatto vivo del mare, dell’Ossigeno, dello Iodio, con i sali di Sodio e di Magnesio; verso i quali estremi, superiore e inferiore, sono in genere preferiti da chi nato e formato nei rispettivi strati e ambienti climatici.

 

8 – Gli isotopi

 

Non è possibile trattare del più semplice, leggero e diffuso degli elementi, senza parlare dei suoi isotopi. I quali sono varianti dei corpi elementari più corretti e diffusi. Il numero dei neutroni che circondano  i protoni è normalmente maggiore di questi, come già sappiamo; ma può anche variare, mentre quello dei protoni è stabile. Ad esempio l’atomo del Cloro ha 17 protoni, ma può avere due isotopi con 18 e 20 neutroni e alcune caratteristiche chimiche differenti.

Gli isotopi dell’idrogeno e dell’acqua sono:

il Deuterio, con massa doppia dell’idrogeno da cui deriva; l’ossido di deuterio, o acqua pesante, che durante l’ultima guerra si è cercato di estrarre nelle sue minime percentuali dall’acqua marina per utilizzarlo nella produzione dell’esplosivo nucleare;

il Trizio, con atomi tre volte più pesanti di quelli dell’idrogeno, di formazione spontanea rara, e ancora più rara quella ottenuta per via radioattiva mediante reazioni nucleari.

Quando in un nucleo i neutroni sono 2; 8; 20; 28; 50; 82; 126, gli isotopi sono stabili. Quello del Piombo, con 82 protoni e 126 neutroni è di massima stabilità, e l’ultimo dei possibili decadimenti.

 

9 – Gli ioni

 

Gli ioni sono altre varianti da seguire, che si formano con la perdita o l’acquisto di elettroni da parte degli atomi, e così costituiscono cationi (ioni a carica positiva) o anioni (ioni a carica negativa). Che possono essere di carattere elettrostatico, nel quale caso si scambiano elettroni vincolati da un legame chimico.

Per esempio il legame tra Sodio e Cloro (NaCl) nel cloruro di sodio, o sale comune, è dato da scambio e legame ionico, determinato dalla reciproca attrazione elettrica.

I solidi ionici di riproducono in lunghe serie di ioni positivi  e negativi e le loro dimensioni anche determinano le forme geometriche della struttura. La quale si ha più stabile da ioni in stretto contatto e disposti simmetricamente, ed è determinata dal numero di ioni positivi o negativi che circondano, nelle tre dimensioni, lo ione centrale. Nel cloruro di sodio il numero di 6 di ciascuno degli ioni di Cloro e di Sodio, è disposto in forma ottoedrica intorno all’altro.

Nei cristalli di cloruro di cesio (CsCl) il numero sia degli anioni che dei cationi è di otto, disposti in forma cubica l’uno intorno all’altro.

Il solfuro di zinco (ZnS) cristallizza in due forme: Blenda e Wurtzite, e in entrambi il numero di anioni e di cationi è di quattro.

Il biossido di titanio (TiO2) e uno degli ossidi di piombo (PbO2), cristallizzano in reticolo, il cui numero di cationi è sei e degli anioni è tre. I quali ultimi sono disposti in forma ottoedrica attorno i cationi, mentre questi sono disposti trigonalmente attorno agli anioni.

L’energia elettrostatica che tiene uniti i solidi ionici, e in minore misura i liquidi ionici, è molto forte, per cui i loro punti di fusione e di ebollizione sono piuttosto alti.

Si sa che gli atomi possono associarsi in due o più molecole, specie quando entrano in composti ionici, o escono da composizione complesse e si associano tra loro, o sono disponibili per altre combinazioni. Quando le molecole associano in se molti atomi, si hanno i gruppuscoli. Tra i quali non è raro il netto emergere di un elemento, o anche di due, perché più compatti e solidi; specie nei metalli (quando dominati dal Ferro, Nichel, Cromo Tungsteno, Platino etc,); oppure per l’emergere di elementi poco stabili, con tendenze acide o alcaline, che intaccano e mutano le proprietà degli altri elementi con cui vengono in contatto.

 

10 – Il magnetismo

 

Abbiamo gia notato che l’energia universale, subito dopo essersi strutturata nelle vibrazioni infinitesime in distacco dalla massa, da questa è richiamata attrattivamente a se per ricomporsi. Questo alternarsi repulsivo-attrattivo, comporta un’attrazione magnetica in perpetua vibrazione rispetto la repulsione che la sospende; i quali ambidue entrano poi a costituire ed a far pulsare quanto vengono costituendo di particelle, atomi e loro agire.

In sostanza veniamo a constatare l’esistenza perenne di un pulsare magnetico che alterna la sua attrazione alla respinta con la quale avviene il moto ad essere dell’energia esistenziale, che senza quella naturale attrazione non potrebbe più durare a pulsare e così esistere, per l’infinito del tempo  e dello spazio.

La polarizzazione magnetica che si è determinata sulla nostra Terra ad opera della gravitazione, ossia attrazione su sé medesima, e rotazione su sé stessa ma leggermente spostata per effetto dell’inclinazione sul proprio asse, concorre ad altra dimostrazione: del richiamo magnetico che dà compattezza ai diversi stati fisici (solido, pastoso, liquido, gassoso) che compongono il nostro globo, e alla mobilità degli esseri viventi.

Questa magnetizzazione comune fa di ogni globo, luminoso o no (Terra compresa) disseminato nello spazio, un campo magnetico, attenuato dai gas leggeri che impediscono l’attrazione tra globi da parte del campo magnetico dominante, e provocano e spiegano i numerosi casi di comportamenti differenziati delle particelle e dei corpi elementari rispetto la loro composizione.

E’ inoltre da rilevare che un pezzo di ferro “dolce” è facile da “magnetizzare” e “smagnetizzare”, e pur staccato dall’insieme conserva il campo magnetico terrestre, ma è anche in grado, se avvicinato ad un magnete, di venire da esso magnetizzato “per induzione” anche in misura elevata ma di breve durata. Invece in un pezzo di acciaio duro, la magnetizzazione è difficile e lenta, ma molto durevole: da ciò per magneti permanenti si usa l’acciaio, e per quelli intermittenti il ferro.

 

11 – Elettricità ed  elettromagnetismo

 

Gia sappiamo che i protoni a carica positiva, i neutroni senza carica, e gli elettroni a carica negativa, all’interno dell’atomo vicendevolmente si neutralizzano, per cui esso è privo di elettricità esterna, e gli spazi sono altrettanto privi di elettricità.

Intorno al 1780 il fisico Charles Augustin Coulomb venne a dimostrare che il campo elettrico delle particelle è proporzionale alla forza della carica, e che diminuisce con il quadrato della distanza della carica, e che il medesimo campo elettrico delle particelle possiede una direzione e una forza.

Ma ciò può verificarsi finché protoni ed elettroni sono in attesa di essere completati da neutroni appunto in atomi neutri, cioè in via rapidamente transitiva. E nei casi ancora più rari e transitori in cui gli atomi, sotto varie pressioni ed erosioni, abbiano a spezzarsi, e le particelle portanti energia elettrica  rimangono vaganti per qualche rapido tempo nel ricostruirsi in atomo

Avviene anche una produzione naturale di elettricità e di elettromagnetismo, mediante addensamento ed urto di fitte masse di vapore acqueo generanti rapidissimi lampi tra esse, e tra esse e il suolo. La loro fortissima energia tende a staccare le particelle cariche degli atomi: ma di solito per tempi rapidi e spazi brevi, mentre l’infinito si ricompone celermente privo di elettricità.

Sulla Terra abbiamo inoltre la produzione elettrica ed elettromagnetica degli uomini, però sorvegliata da cavi ben dimensionati, a che non trascenda né sbordi a danneggiare l’energia vitale, specie quella accentrata nei sensibilissimi cervelli e loro dimensioni nervose.

 

Parte III

 

Formazione e azione della Vita e

degli Esseri viventi

 

1 – La predisposizione della Terra alla formazione della Vita

 

E’ ben noto che nei secoli in cui si credeva che la Terra fosse il centro immobile del Mondo infinito, e che pertanto fosse quest’ultimo a ruotarle intorno, anche si credeva, senza farne un motivo di ricerca e di verifica, che fosse altrettanto naturale e logico il sorgere e sviluppo della vita e degli Esseri viventi sulla medesima Terra,

Ma quando con gli occhi di Copernico e i cannocchiali di Galilei ci si accorse che i movimenti del sistema solare e degli astri, pianeti e galassie, non corrispondevano a quella che fino allora era stata ovvia realtà, si dovette cominciare a cercare e capire come si fosse costituita l’esistenza che si estendeva nello spazio, ricorrendo frettolosamente e contro ogni osservazione e logica al bing-bang; mentre la vita, e gli esseri viventi, conservavano l’andamento con il quale si erano sviluppati e proseguono a svilupparsi.

Ora però che mi è avvenuto di chiarire come l’inizio del Tutto, vita compresa, provenga dall’Universo Creatore, e precisamente dalle vibrazioni infinitesime in istantanei andata-ritorno, respinta-attrazione, occorre precisare in che modo e misura, e con quali effetti, le medesime vibrazioni infinitesime hanno anche potuto essere indirizzate alla formazione della vita e degli esseri viventi, inoltre così fortemente differenziati, in regni, classi, specie, varietà, e ciascuno di questi riparti notevolmente numeroso, soprattutto alcuni.

Il fatto è che i tre grandi movimenti eseguiti dalla Terra all’interno del sistema solare  - ellittico intorno al Sole con avvicinamenti e allontanamenti rispetto il suo calore; rotatorio di 24 ore sul proprio asse verticale con alternanza ineguale di innalzamento diurno e di abbassamento notturno del calore; inclinazione stagionale sul proprio asse equatoriale con ulteriori conseguenti variazioni climatiche stagionali – hanno prodotto un continuo alternarsi di indurimenti, ammollimenti, mutamenti di forme e di resistenze, nei corpi elementari in quello stadio dell’evoluzione terrestre dall’iniziale massa ardente, e così una notevole instabilità sulla superficie del nostro globo.

Instabilità che agiva soprattutto sulla formazione dei corpi elementari non ancora entrati in precise e stabili materie e cose, bensì in posizioni ancora incerte e indefinite, che si prestavano ad assumere tendenze e forme non solo diverse, ma mutevoli, per l’influire del frequente mutare dei climi.

Questi mutamenti forzati sono stati i primi e notevoli passi compiuti sulla superficie terrestre, frammezzo quelli più semplici, e per allora più numerosi, delle materie e cose fisiche, che hanno condotto parte delle creazioni energetiche elementari a un certo grado di elastico adattamento a quei mutamenti, finché l’insistere di questi attraverso i miliardi di anni, hanno condotto le diverse formazioni di particelle e di atomi a un qualche grado e modo di autonomia.

Sto cercando di spiegare che la vita sulla Terra non è sorta di colpo e uniforme, bensì attraverso un lungo e molto diversificato e diramato processo, che, forte dell’energia, intelligenza ed equilibrio propri delle particelle elementari e delle loro tendenze naturali, doveva inoltre impiegarle ad entrare in adattamento affatto diversi ed a rispettive tendenze autonome.

Tutto questo spiega la più immediata ma parziale autonomia del mondo vegetale e le stranezze delle differenziazioni del molteplice mondo tendente a compiutezza autonoma e così vitale, e il mantenimento, malgrado l’enorme varietà di forme, modi e numero delle differenziazioni, in tutte esse, dell’incidere dell’energia universale costitutiva. Il che è stato possibile attraverso l’opera lunga e paziente e innumerabilmente differenziata, e nel contempo unitariamente vigilata, dell’Universo Creatore,  del Cosmo fisico, e poi del mondo vitale.

 

2 – La formazione e le azioni degli organi neurocerebrali

 

In tutti gli esseri viventi è costantemente emersa una disposizione dei singoli organismi e rispettive funzioni, che sembrava rendere evidente la predisposizione e guida di una mente superiore, che per millenni siamo andati cercando. E non trovandola se non nelle favole mitologiche e religiose, per uscire da queste si è tentato ricorrere a invenzioni laiche, o di allontanare il problema. Nessuno ha mai pensato che tali predisposizioni e guida esistevano nell’Universo Creatore eterno e infinito, sotto forma di energia in costante vibrazione immediata repulsiva-attrattiva, infinitesima-infinita, da cui viene, come abbiamo visto, la formazione e azione delle materie e cose fisiche del Cosmo.

Ma è proprio quella medesima parte di energia in vibrazione infinitesima a costituire particelle e contenitori in forma sempre minime però allungate, che chiamiamo per diversità cellule, che si associano in tessuti, e questi in organi. I quali tutti, per la maggiore entità di energia associata che possiedono, e perciò di forza e intelligenza creativa che vengono ad acquisire, seguono la medesima impostazione cerebrale, nella quale è costantemente presente e agente la forza e intelligenza creativa e vigilante dell’energia, nella sua pur contenuta entità individuale.

La quale nei vegetali ha sede in parte nelle radici normalmente interrate, e in parte nelle esterne ramificazioni: da questo riparto viene il minore accentramento, ed anzi la diluizione della loro forza energetica, e riduzione al minimo della capacità intellettiva, che fa della vita vegetativa, loro tipica, una via organica intermedia tra lo stato fisico e quello appieno vitale.

Nel quale, dotato di mobilità, e così unificato e compiutamente efficiente il centro regolativo e direttivo di massima associazione tra gli infinitesimi dell’energia, esso è raccolto e protetto da apposito involucro osseo o cartilaginoso o il più consistente disponibile per gli esseri minimi. E tale involucro racchiude in sé anche gli organi sensori più pronti e importanti per l’avvertimento del circostante, quali vista e udito, olfatto, assaporazione. E gli altri organi sono disposti più indietro secondo occorre, cuore, polmoni, reni, milza, intestini ecc. come ben sappiamo. Ogni organo ben disposto e regolato secondo equilibrio interno ad opera del cervello, l’organo di massima struttura ed efficienza energetica venuto in possesso di ciascun individuo vivente.

3 – La trasmutazione ereditaria dei singoli esseri viventi

 

Altra caratteristica propria degli esseri viventi è, come ben sappiamo, quella di riprodurre se stessi, in modo di proseguire la vita di là della morte. E’ una delle facoltà che non esistono nel mondo fisico: in cui particelle e atomi esistono finché non si logorano (per temperatura, pressione, colpi e danni), o assorbiti integri o spezzettati in altri complessi. Invece la riproduzione di sé medesimi per via ereditaria è facoltà dei soli corpi viventi: e mentre in parte attenua la pena del morire, anche giova, attraverso questa trasmissione da una all’altra generazione, di affinare, completare, modificare, organi e sensazioni.

Per esempio gli occhi sono divenuti man mano più sensibili e penetranti, arrivando a vedere con prontezza e precisione ciò che  fino ad alcuni millenni addietro era difettoso; i timpani dell’orecchio si sono fatti più pronti, elastici e insieme meglio protetti da colpi troppo rudi e improvvisi. Si pensi poi ai numerosi adattamenti cui hanno dovuto provvedere gli organi, tessuti,  e funzioni dell’apparato digestivo, quando certi cibi più soliti e digeribili venivano a mancare, e si doveva frettolosamente provvedere con altri.

La storia della formazione umana, esposta a frequenti mutamenti di ambienti, climi, risorse, facilitazioni, avversità, ci fa comprendere le molte differenze che si sono venute costituendo in seno a popolazioni inizialmente affini e perfino omogenee. Come anche, all’inverso, tra gruppi di origini e formazioni diverse, che le vicende sono giunte ad avvicinare e ad ulteriormente formare  usi e culture a lungo perseveranti e uniformi, che in notevoli parte li accumuna, anche se in altre, più antiche, rimangono differenze notevoli. Un esempio è quello degli Stati Uniti, nelle cui popolazioni rimangono molte delle variatissime origini etniche, linguistiche, culturali, economiche: eppure, come pochissime altre, sono solidali e risolute nel difendere e riaffermare i principi e i metodi con i quali sono divenuti il più importante e prospero tra gli Stati della Terra.

 

4 – La formazione dei caratteri e proprietà delle specie vitali

 

Mentre le particelle e gli atomi del mondo fisico sono in sé piuttosto uniformi, e le innumeri diversità sono conseguite per via quantitativa, che non muta le basi formative, invece le cellule, i tessuti cellulari, gli organi e funzioni da loro conseguiti, sono notevolmente sensibili alle menome differenze, sia numeriche sia qualitative, che incontrano nel corso della formazione: per cui si verificano, sia affinità formative di interi gruppi esposti a simili insistenti influenze, sia differenziazioni per divergenti influenze subite da alcuni di essi; e poi le une e le altre ripetute, rafforzate, impresse da qualche longeva stabilità dalle ripetizioni ereditarie.

Si formano in tal modo le singole specie, e i mutamenti delle stesse, che possono sopravvivere nel tentativo continuo del loro migliore adattamento agli ambienti in cui di volta in volta vengono a trovarsi. Ciò potrebbe giustificare la teoria  con cui Darwin ha fatto derivare da una comune specie iniziale di scimmie evolute quella umana.

Effettivamente i resti ossei del cranio e delle altre parti dei nostri antichissimi progenitori, così simili a quelli attuali dei gorilla, orangutan, scimpanzé, sembrano dargli ragione; ma quei resti sono stati considerati, e sono da confermare, unicamente umani senza esitazione. E’ realtà che la specie superiore umana, pur nella varietà delle sue razze, ha conformazioni craniche, del cervelletto, della spina dorsale, del torace, perfino degli arti, nettamente distinguibili per l’evidente maggiore quantità di energia che hanno contenuto, unicamente dalla quale viene la capacità di avvertire, capire, volere, il proprio affinamento, che è andato accentuando il divario qualitativo iniziale con le scimmie.

 

Parte IV

 

Le cellule staminali

 

1 – Le cellule staminali formatrici della vita

 

Sulla metà del secolo scorso sono state scoperte nei corpi animali delle cellule,  in tutto simili a quelle che costituiscono i loro tessuti e organi e inerenti funzioni; però non altrettanto inserite e connesse come queste, bensì isolate e in piccole quantità, persino affatto singola. Sono state chiamate cellule staminali secondo i termini usati dagli inglesi, i primi a scoprirle e a valutarne la grande importanza.

La diffusione della scoperta e della sua importanza biologica e chimica fu rapidissima sull’intero piano internazionale, sia  per la speranza che apriva, di poter combattere in particolare i mali più resistenti alle cure, e sia perché permettevano di scoprire che proprio in alcune di esse era la causa maggiore, o peggiorativa, di alcuni di quei mali, col conseguente obbiettivo  da studiare e tentare di capire.

Questi studi e ricerche hanno avuto pertanto notevoli svolgimenti. Dei quali riferirò più avanti, mentre qui faccio notare che a dare avviamento alla vita sono state proprio le cellule staminali.

Le quali come già rilevato, differiscono da quelli normali e regolari per essere prive di inserimenti e funzioni precisi; che assumono, eventualmente, nel sostituire  cellule normali che decadono, per malattia, per colpi inferti, per forti pressioni, per eccessi termici. E per qualche tempo si è pensato che costituissero, appunto, depositi per eventuali sostituzioni, come in realtà anche è avvenuto.

Ma gia mi preme far notare che sono le cellule, dalle forme affatto diverse di quelle delle particelle e degli atomi del mondo fisico, e che, avendo subito continui movimenti dal variare dei climi e dei moti della superficie terrestre, come ben constatato agli inizi della parte precedente, hanno conseguito crescente elasticità; e così addirittura, prima parziale e poi un indiretto e alfine proprio automatismo. E perché queste cellule erano ancora prive di destinazioni, compiti, e associazioni in tessuti, a costituire tessuti, collocazioni e compiti, e così i complessivi esser viventi, sono state cellule staminali.

Credo si comprenda l’importanza di questo chiarimento, che pone le cellule staminali all’origine di sé stesse e della vita; e spiega la specifica facoltà creativa di sé e di specifiche loro funzioni quali sono poi state riscontrate in molte di loro. Ma anche le tendenze malefiche di molte altre in conseguenze ereditarie di quelle che isolate, e cioè restando staminali, sono entrate nei corpi viventi già malate per l’avvenuta loro più lunga e incidente esposizione a dannosi mutamenti climatici, e pressioni e contrasti.

 

2 – Le cellule staminali cerebrali

 

Mentre più avanti scriverò delle molteplici ricerche  svolte sulle staminali reperite in singoli organi e capaci di singole funzioni, qui richiamo l’attenzione, come già su quelle che hanno dato origine alla vita, su altre di provenienza cerebrale, la cui importanza è evidente.

La complessità e copiosità dei moti con i quali il cervello riceve informazioni dal suo sistema nervoso,  e con lo stesso trasmette le formali conoscenze e comandi ad azioni. In seguito a scosse improvvise, a distacco o mancato funzionamento della mielina, che normalmente avvolge le cellule nervose perché non abbiano contatti impropri, con cellule e tessuti non destinatari, questi contatti impropri avvengono, e si intersecano con quelli regolari, ad avviare difetti e mali di difficile interpretazione; e talora ibridi cellulari da attentamente studiare, anzitutto mediante cavie, nei loro eventuali effetti, sia benefici sia dannosi,

Ciò che si presenta diverso dal normale, più frequentemente lo danneggia. Ma può offrire spiragli a soluzioni fin allora insperate, che vanno rilevate e definite, ed anche ulteriormente studiate e sperimentate, prima di accettarle come utili, o respingerle definitivamente.

 

3 – La raccolta delle cellule staminali

 

Grazie alle diffuse molteplici ricerche medico-scientifiche sempre più attente e perfezionate, è possibile raccogliere le staminali utilizzando macchine computerizzate, dette separatori, che selezionano grandi quantità di sangue, e raccolgono le cellule deteriorate.

In pratica il sangue viene aspirato da una vena del braccio, e raccolto nella camera di separazione, dove una forza centrifuga permette una rapida stratificazione dei vari componenti, facilitando il prelievo differenziato delle staminali (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, che infatti hanno un diverso peso specifico, e quindi reagiscono in modo diverso alla forza centrifuga). Infine le cellule staminali più una parte di plasma vengono messe in una sacca di raccolta. Con una seduta di leucaferesi (è il nome della tecnica di raccolta), della durata di circa 3 ore, si possono raccogliere diversi miliardi di cellule CD34.

Per ovviare al prelievo di sangue durante la seduta (che non supera in media i 150 ml), al paziente può essere somministrata una soluzione fisiologica (tipo Ringer Lattuto).

 

4 – Uso delle cellule staminali

 

I possibili beneficiari delle cellule staminali medicalmente sane ed efficienti sono i pazienti affetti da tumori, ulcere, e da malattie del sangue; qui dettagliatamente indico gli usi che ad oggi sono stati constatati validi.

Cellule Staminali del cordone ombelicale: cura della leucemia e dei tumori.

Cellule staminali da midollo osseo: autotrapianto delle cellule staminali ematopoietiche, in grado di far riprendere la formazione di diverse componenti del sangue distrutte a seguito di chemioterapia e radioterapia, varie forme di tumori e leucemie e dalla Talassemia  (malattia genetica del sangue).

Cellule staminali cutanee. Giovano per coprire anche in modo permanente lesioni estese della cute e della mucosa (bruciature, fistole diabetiche, epidermolisi callosa). Auspicabile anche nella terapia genica contro le neoplasie e le infezioni cutanee.

Agli impieghi già in atto si affiancano però delle serie di possibili applicazioni terapeutiche, tendenti a utilizzare staminali dello stesso paziente, e quindi col rischio di rigetto quasi nullo.

 

 

5 – Terapie cellulari

 

Le cellule staminali possono attualmente essere utilizzate nei seguenti scopi terapeutici:

a.       ricostruire il midollo spinale danneggiato da traumi fisici;

b.      nelle malattie neurodegenerative, quali morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer, malattia di Huntington, sclerosi laterale amiotrofica, malattie ecotossicologiche, post traumatiche, da abuso farmacologico, da danno ischemico;

c.       melle malattie muscolo-scheletriche (displasia ossea, malattie progressive delle giunzione ossee, osteogenesi imperfetta, miopatia primitiva);

d.      nelle malattie infiammatorie di natura sistemica (sindrome di Spugren);

e.       nelle malattie degenerative della retina, della cornea, dell’apparato uditivo;

f.        nella ricostruzione del tessuto cardiaco danneggiato da infarto anche del miocardio, e riparazione dei vasi sanguigni danneggiati da processi patologici progressivi come l’ arteriosclerosi e l’ipertensione;

g.       nella terapia cellulare sostitutiva contro malattie  metaboliche tipo lisosomiali;

h.       nella rigenerazione di cellule e tessuti in sostituzione del  trapianto di organo da cadavere.

 

6 – Terapia genica

 

Le cellule staminali sono in grado di accettare e tollerare, molto meglio di cellule mature, geni introdotti dall’esterno con tecniche di ingegneria genetica, mirate a correggere l’effetto patologico di geni difettosi  mutati mediante trasferimento genico.

 

7 – Per la cura di mancanza d’insulina

 

Stavo scrivendo quanto sopra quando leggo su un giornale un articolo dal ben rilevato titolo “Puntura di staminali e addio all’insulina”, che informa dei “risultati preliminari di uno studio realizzato in Brasile, a dimostrazione che il trapianto di cellule prelevate dal sangue di pazienti con diabete di tipo T, è in grado di preservare la funzionalità delle cellule beta pancreatiche”.

Un’ulteriore articolo sul medesimo argomento, a firma Alessandro Terraghi, col titolo “Rinati liberi dall’insulina”, pubblicato dal Corriere della Sera del 15.04.2007, meglio chiarisce che un’equipe di medici è riuscita a san Paolo in Brasile a sottoporre quindici giovani diabetici, dell’età media di 19 anni, a un trattamento capace di far passare le cellule staminali dal midollo osseo nel sangue, dal quale sono state estratte e poi congelate. Hanno quindi somministrato dosi massicce di farmaci in grado di azzerare il sistema immunitario naturale, e iniettando infine nei malati le staminali del midollo prelevate in precedenza, esse hanno gradatamente ricostruito il sistema immunitario nuovo, che ha permesso di non somministrare insulina per 18 mesi, e in un caso anche per 3 anni.

I risultati sono molto incoraggianti, anche se richiedono altri studi e prove per raggiungere l’occorrente estensione del tempo; e sono molti gli interrogativi ancora aperti.

“Non è chiaro, per esempio, il meccanismo con cui l’insulina torna a livelli accettabili. E non si sa se il ripristino della capacità di produrre tale ormone sia merito delle cellule staminali iniettate, o conseguenza dell’immunosoppressione preliminare, afferma Antonio Secchi, professore di medicina interna dell’Università “Vita e Salute”, del San Raffaele di Milano, e responsabile del Programma Trapianti dell’Istituto. E’ gia stato dimostrato che la terapia immunosoppressiva, quando la diagnosi è recente, può portare ad un recupero della funzionalità ma transitoria, che svanisce appena cessa la cura. L’effetto con le staminali  d’altra parte sembra durare nel tempo”.

Servono ora ricerche più ampie, su molti più pazienti,  per verificare se l’indipendenza dall’insulina sia davvero permanente oltre che per capire meglio come si arriva a questo risultato. Non solo, il prossimo passo sarà valutare se il trattamento è applicabile anche quando la malattia è avanzata.

Da parte mia osservo che il sistema brasiliano è molto simile alla inoculazione parziale della malattia nell’organismo per renderlo predisposto a reagire quando sia  attaccato da essa. E così volendo fare è ovvio che si liberi l’organismo delle sue resistenze naturali  affatto inadeguate.

Ma ho anche notato che molti dubbi esistono sulla reale durata dell’efficienza del sistema. I diabetici, tali per grave insufficienza della produzione d’insulina pancreatica, sono particolarmente esposti a subire la carenza d’insulina; e il sistema rischia che a un qualche momento l’organismo non sia più in grado di resistere a tale mancanza, sostituita da cellule staminali, cioè spesso (ricordiamolo) tendenzialmente difettose.

 

Studi e progressi sulle staminali dal 2000

 

8 – Febbraio 2000. Staminali per i diabetici

 

A parte quanto sopra riportato, ma ancora non bene definito su questo argomento, rilevo opportuno riportare i risultati a quella data di ricerche della Università della Florida condotte da Ammon Perk. Che già a quella data risulterebbe abbiano dimostrato, su topi di laboratorio, che le staminali potrebbero anche intervenire nelle cure del diabete di topo 1 (o diabete giovanile, compare quando il sistema immunitario non riconosce più le cellule di insulina come elementi positivi, e  inizia a distruggerle). I ricercatori hanno isolato le staminali del pancreas di alcuni topi con tale diabete, e con sorpresa le staminali trapiantate hanno iniziato a produrre insulina, ottenendo una regressione del diabete, anche se per un breve periodo di tempo. I prossimi passi della ricerca volgeranno quindi a prolungare questi tempi, e all’analisi diretta dell’essere umano.

 

9 – Aprile 2001. Cellule staminali del tessuto adiposo residuo di interventi chirurgici

 

Le cellule adipose, che restano dopo un intervento di chirurgia estetica, potrebbero non andare perse: lo afferma un gruppo di studiosi della University of California di Los Angeles, che ha separato 4 diversi tipi di staminali dal grasso rimosso dopo una liposuzione. Quando una cellula staminali si trasforma in una cellula specifica (come un’adiposità, le cellule del grasso) i geni che le permettono di modificarsi si “disattivano”. I ricercatori, invece, sono riusciti a intervenire sulle cellule prima che questo avvenisse, trasformandola in cellule di cartilagine, ossa e muscolo.

La scoperta, secondo More Hedrick, uno dei ricercatori, avalla sempre di più l’idea che esistono cellule staminali in ogni tessuto e organo del corpo umano. Se confermato, questo renderà non necessario l’utilizzo di embrioni, superando così i problemi di natura etica e le paure di chi sostiene che dalla clonazione terapeutica si possa passare alla clonazione riproduttiva.

Da parte mia aggiungo, a seguito della mia scoperta che a costruire i primi esseri viventi sono state proprio le cellule staminali, che è pressoché sicuro che esse esistono in tutti i tessuti e organi del corpo umano e degli altri animali; ma che ciò non impedisce le precauzioni che sempre occorrono nel trattare le materie organiche perché queste non si alterino, e specie quando le clonazioni, anche se solo terapeutiche, si verificano fuori dal controllo cerebrale individuale, sia ai fini medico-pratici, sia a quelli etici, ambedue permanentemente necessari.

 

10 – Maggio 2001. Scoperta la supercellula staminale

 

Un gruppo di ricercatori americani, analizzando il midollo osseo dei topi di laboratorio, sembra essere riuscito a identificare le cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del polmone, della pelle, dell’intestino. Lo studio, condotto da Neil Theise del New York University School of Medicine, per la prima volta sembra aver dimostrato che le staminali del midollo osseo non solo si riproducono, ma possono anche riprodurre cellule di altri organi e tessuti del corpo.

In particolare i ricercatori hanno sottoposto un topo femmina a radiazioni che hanno causato la distruzione del midollo osseo: successivamente nel topo femmina è stata trapiantata una supercellula staminali prelevata dal midollo di un topo maschio. Dopo 11 mesi (periodo lunghissimo per un topo, che vive in media 2 anni), grazie a un marcatore infallibile basato sul cromosoma maschile Y, si è arrivati alla ricerca della cellula del tipo maschile trapiantata, scoprendo che non si trovava più solo nel midollo osseo e nel sangue, ma anche nei tessuti dei polmoni, dell’esofago, dell’intestino, del fegato, dello stomaco e della pelle. La notizia, pubblicata dalla rivista Cell , rafforza l’idea che esiste una singola cellula in grado di creare tutti i tessuti dell’organismo umano.

Teoricamente questo risulterebbe ancor più possibile riflettendo sul fatto che i primissimi organismi umani e animali sono stati formati da cellule indifferenziate, dapprima staminali, e poi definite come collocazione e compiti. Ma sarebbe un avvenimento portentoso se alcune di quelle primissime cellule staminali si ritrovassero ancora in qualche corpo mediante la via ereditaria.

 

11 - Giugno 2001. La cellula che produce sangue umano.

 

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), e precisamente il Laboratorio di Ematologia, sembra avere finalmente scoperto la cellula adulta capace di fabbricare il sangue  e le vene. Sembra quindi che i ricercatori abbiano scoperto l’emoangioblasto, cioè una cellula adulta capace di generare vasi venosi e sangue, eliminando così qualsiasi problema etico legato al possibile utilizzo di embrioni.

La cellula viene prelevata dal cordone ombelicale, dal midollo osseo e dal sangue, poi purificata, riprodotta in vitreo, e infine inserita nei pazienti con malattie ischemiche al fine di creare nuovi tessuti a riparare quelli danneggiati. L’obiettivo è di identificare  nell’uomo la cellula adulta madre di tutti i tessuti e organi.

 

12 –  Aprile 2003. Le staminali cerebrali e la Sclerosi Multipla

 

Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Istituto Scientifico S. Raffaele di Milano ha dimostrato che le staminali cerebrali, iniettate nel circolo sanguigno dei topi con la forma sperimentata di Sclerosi Multipla, possono accedere al sistema nevoso centrale e riparare la mielina danneggiata nelle aree infiammate.

Lo studio è stato condotto con la guida di Gianvito Matino, in collaborazione con l’Unità Cellule Staminali Neurali dell’Istituto di Ricerca sulle Cellule Staminali guidato da Angelo L. Vescovi.

La Sclerosi Multipla è una malattia neurologica cronica e grave, largamente diffusa nel mondo, e che in Italia attualmente colpisce oltre 50.000 pazienti, con circa 1800 casi ogni anno. Colpisce specialmente i giovani adulti, con alti costi sociali (circa 30.000-50.000 Euro l’anno per persona).

Nella Sclerosi Multipla la grave infiammazione di origine ignota determina il danno della melina che avvolge le estensioni periferiche (assoni)  delle cellule nervose. Nel cervello i neuroni dialogano tra loro inviando specifici segnali elettrici dei quali risultano caricati attraverso queste estensioni. Le conduzioni elettriche possono diramarsi attraverso la mielina, un composto proteo-lipidico prodotto da cellule specializzate chiamate oligodendrociti che isolano gli assoni. Nei pazienti di Sclerosi Multipla la diemilizzazione si manifesta in modalità multifocale, coinvolgendo molteplici aree del cervello e midollo spinale, causando la distruzione anatomica  e del tessuto, risultante in lesioni irreversibili da cui dipende la progressione della  malattia e l’irreversibile disabilità clinica.

Le terapie per la Sclerosi Multipla oggi consistono nei farmaci immunosoppressori eimmunomodulatori, che hanno un’efficacia limitata, principalmente ristretta alle fasi iniziali della malattia, quando l’infiammazione è meno pronunciata, e il danno e deficit neurologico è sostanziale.

 

13 – Gli Studi più avanzati sulle Cellule Staminali

 

Lo studio di Plachino e altri del San Raffaele di Milano, è stato sviluppato su topi effetti da encefalomielite sperimentale autoimmune, ed ha dimostrato che le staminali del cervello, quando somministrate per iniezione endovenosa o endocerebrale sono in grado di raggiungere le aree del cervello  e del midollo spinale danneggiate dalla malattia; e di riavvolgere gli assoni la cui guaina mielinea era stata distrutta e così da ripristinare le condizioni assonali.

La novità di questo studio è la possibilità di indurre la riparazione della mielina in molteplici aree del cervello e del midollo spinale trapiantando staminali non solo direttamente nel sistema nervoso centrale ma anche nel circolo sanguigno. Dice Gianvito Martino, dell’Unità di Neuroimmunologia dell’Istituto Scientifico San Raffele: “la nostra scoperta apre nuove prospettive per i pazienti si Sclerosi Multipla, e potrebbe rappresentare un passo cruciale per lo sviluppo dei trattamenti neuroprotettivi da utilizzare nelle fasi successive della malattia”.

Angelo Vescovi, coordinatore dell’Istituto di Ricerca sulle Cellule Staminali all’Istituto San Raffaele di Milano,  sottolinea. “La ragione per la quale le cellule staminali centrali mostrano questa straordinaria efficacia, va vista nella loro natura particolare. Mentre il cervello adulto contiene una piccola popolazione di staminali residenti, non è chiaro il perché esse non riescono a riparare lesioni deminielizzanti. Questo può essere dovuto alla natura cronica del processo infiammatorio nella Sclerosi Multipla che, dopo anni, determina l’esaurimento dei gruppi di cellule staminali endogene”.

“Quantità virtualmente illimitate di staminali cerebrali possono essere ottenute in vitro coltura, dice Vescovi. Per questa ragione esse rappresentano una risorsa naturale da usare per la cura di diverse malattie neurologiche”. “La presenza di molecole specifiche (molecole di adesione) sulla superficie delle cellule staminali è la caratteristica principale: esse permettono alle staminali neurali di percepire segnali di pericolo, quali l’infiammazione nel cervello dei pazienti di Sclerosi Multipla, e per conseguenza esse entrano nel cervello e riparano le aree danneggiate restituendo loro il comportamento di percezione del pericolo.

Infine le staminali trapiantate hanno anche la capacità di aiutare le cellule endogene produttrici di mielina a riparare le lesioni, per il fatto che le cellule staminali cerebrali anche inibiscono l’astroglisosis endogena, meccanismo fisiologico riparatore delle lesioni per Sclerosi Multipla, riabilitando per tal modo le cellule formatrici di mielina residenti a contribuire alla riparazione.

 

14 – Dal grasso staminali salvaneuroni

 

Sul Corriere della Sera del 28 ottobre 2007 leggo una articolo dal titolo qui riportato  a firma Elena Meli, di argomento molto interessante, in quanto mostra la possibilità di correggere i neuroni alterati che risultano come riferito nel paragrafo precedente.

Giorgio Terenghi, direttore del Centro per la Rigenerazione dei Tessuti dell’Università di Manchester in Gran Bretagna, è riuscito a far ricrescere i nervi usando cellule staminali prelevate  dal grasso. Per ora sul topo.

“Le abbiamo scelte, racconta Terenghi, perché crescono velocemente, e anche nell’uomo sono facili da estrarre: basta una liposuzione, procedura assai meno complessa della raccolta di staminali dal midollo osseo, dove peraltro sono meno numerose. Inoltre se esposte ai fattori di crescita dei nervi le staminali del grasso diventano simili alle cellule di Schwann, quelle che ricoprono i nervi e producono la mielina indispensabile per le trasmissioni nervose.

Terenghi ha messo le cellule simil Schwann ottenute in contatto con i neuroni, e si è accorto che  queste, dopo un po’,  emettevano prolungamenti. L’ideale per creare un ponte fra le due estremità di un nervo reciso. Così il ricercatore sta facendo crescere e differenziare le staminali derivate dal grasso su fogli di polimero biodegradabile per ottenere un tutore bionico da arrotolare attorno al nervo da riparare. Le cellule che compongono il tutore producono i fattori necessari alla rigenerazione, mentre la forma tubolare sostiene e indirizza la crescita del nervo. Una terapia cellulare promettente. Oggi per riparare i nervi si riallacciano le estremità se l’interruzione è piccola, si inserisce un tratto di nervo del paziente prelevato altrove se la distanza fra i due monconi è maggiore. Ma la funzionalità non viene ripresa appieno, con questa nuova tecnica il recupero potrebbe essere completo perché è il nervo stesso a ricrescere.

“In quattro o cinque anni il metodo potrebbe arrivare in clinica. Abbiamo già provato a inserire nei pazienti il biopolimero senza la cellula, e i primi dati saranno pronti per la fine dell’anno. Inoltre stiamo per iniziare i test su staminali umane estratte da volontari”, conclude Terenghi.

 

15 –  Le staminali e le diverse malattie più difficili

 

Sul finire del 2005 il gruppo di lavoro di Angelo Vescovi ha differenziato cellule muscolari a partire da staminali neuronali. Ed è evidente che l’arricchimento prodotto da queste differenziazioni apre nuove possibilità terapeutiche verso patologie ora poco trattabili, quali l’Alzheimer, il Parkinson, l’infarto, il diabete e molte altre, che potrebbero essere affrontate con maggiore successo grazie alla sostituzione dei tessuti danneggiati.

Purtroppo le staminali adulte sono di difficile reperibilità, perché molto scarse; inoltre non possono essere coltivate a lungo poiché, dopo alcune divisioni cellulari, tendono a perdere le caratteristiche di pluripotenzialità.

Le staminali embrionali, invece, possono essere mantenute in coltura per moltissimi cicli di divisioni, addirittura per più di dieci anni, senza perdere di potenzialità

Una via alternativa per ottenere staminali è il loro isolamento dal cordone ombelicale. Va comunque ricordato che la limitazione numerica e fisiologica si presenta anche in questo caso, pur in minore misura.

 

16 – La possibilità di cambiare programma

 

            Negli ultimi tre anni è stata riscontrata la possibilità di cambiare il programma genetico delle cellule differenziate. Essa si è sviluppata a partire del 1997. Questi esperimenti hanno impiegato tecniche di trasferimento nucleare.

            I ricercatori  Willmud e Campbell nella pecora, e successivamente Yanagimachi e collaboratori nel topo, hanno stabilito con chiarezza che il nucleo di cellule somatiche differenziali può essere riprogrammato quando è trasferito nel citoplasma di una cellula uovo, dando così il via allo sviluppo embrionale e alla nascita di un nuovo individuo, esatta copia genomica del donatore della cellula somatica impiegata. Resta da scoprire il meccanismo e le molecole coinvolte in questo processo di deprogrammazione e riprogrammazione del genoma della cellula somatica. E’ però chiaro che nella riprogrammazione la cromatina si decondensa, la struttura a nucleosomi si destabilizza, e le proteine regolatrici si dissociano dal DNA, influendo così sull’espressione genica.

 

17 – Come si attiva il genoma embrionale

 

In tutti i mammiferi le prime fasi dello sviluppo embrionale a partire dallo zigote, avvengono grazie agli RNA messaggeri (M RNA) e alle proteine di origine materna presenti nel citoplasma dell’ovocita. Mentre con lo sviluppo embrionale questi elementi si esauriscono, inizia parallelamente la sintesi di M RNA da parte dell’embrione.

L’attivazione del sistema embrionale avviene durante lo sviluppo reimpiantato in momenti diversi nelle varie specie. Nel topo si verifica a partire dall’embrione a due cellule, nell’uomo a partire da quattro cellule, nel coniglio e nella pecora da 16/32 cellule. Se l’embrione non esprime i geni embrionali entro detti tempi, lo sviluppo non prosegue. Pertanto gli studi devono essere effettuati nelle primissime fasi dello sviluppo embrionale reimpiantato, immediatamente successive al trasferimento dei nuclei negli ovociti enucleati.

Tra i fattori coinvolti sono rilevanti il contenuto in DNA del genoma, e il momento del ciclo cellulare in cui si trova il nucleo trasferito. Il trasferimento dei nuclei in fase proliferativa facilita lo sviluppo e aumenta il numero dei blastocisti ottenibili

           

18 – Le modificazioni epigenetiche

 

Sebbene il contenuto e le sequenze di DNA rimangono invariati col procedere dello sviluppo embrionale, il repertorio di geni espresso in un dato tipo cellulare, e in dato momento del ciclo cellulare, è limitato e specifico. L’espressione del genoma embrionale viene regolata da una serie di meccanismi di tipo epigenico quali la metilazione del DNA, l’organizzazione della cromatina, e l’architettura nucleare. Questi meccanismi, attivi nella gametogenesi e nelle fasi preimpianto, sono coinvolti nel modellare e modulare le funzioni del genoma. Cambiamenti in uno o più di questi regolatori epigenetici determinano modificazioni nelle proteine prodotte dai geni..

 

19 – La metilazione del DNA

 

La regolazione dell’espressione di molti geni dipende dalla presenza/assenza di citosine metilate lungo la sequenza del DNA genico. La mutilazione è associata a importanti eventi dello sviluppo embrionale, quali l’inattività del cromosoma x nelle femmine di mammifero e il fenomeno dell’imprinting, processo  che consiste in una marcatura differenziale dei genomi  paterno e materno durante la produzione dei gameti, così che l’espressione di alcuni geni dipende dalla loro origine parentale.

I gameti maschile e femminile hanno una loro differente organizzazione della cromatina. I geni costitutivi di tutti i tessuti sono demetilati in entrambi i gameti, e si mantengono tali durante tutte le fasi dello sviluppo preimpianto; al contrario i geni tessuto-specifico sono fortemente meditali nello spermatozoo, e meno metilati nell’oocita e vanno incontro a una generale demetilazione durante lo sviluppo reimpianto, per venire di nuovo metilati successivamente. Il quale processo di demetilazione sembra necessario per ristabilire uno stato di pluripotenzialità prima dell’inizio della determinazione o differenziazione cellulare che prende il via dalla gastrulazione subita dall’impianto, ed è contemporanea ad una estesa rimetilazione. La presenza di citosina medilata è in grado di modificare la formazione della cromatina così da facilitare o impedire il legame con fattori o inibitori della trascrizione.

 

20 - L’organizzazione della cromatina

 

Nel gamete maschile gli istoni vengono sostituiti dalle protammine (necessarie all’alta condensazione della cromatina nella testa dello spermatozoo) fino a quando esso penetra nella cellula uovo. A questo punto e durante la decondensazione della cromatina e la formazione del pronucleo, le protammine sono a loro volta sostituite da proteine istoniche. Durante l’oogenesi, la cromatina si organizza secondo un’architettura ben precisa che organizza due tipi di oociti, denominati SN (Surrounded Nucleolus) e NSNNot Surrounded Nucleolus) per la presenza o assenza di un anello di cromatina attorno al nucleo, e per una cromatina fortemente condensata e dispersa nel nucleo. La differenza tra i due tipi è correlata a una diversa attività genica, e alla possibilità di proseguire nello sviluppo embrionale dopo la fecondazione (solo il tipo SN lo completa). Dopo la fecondazione, l’organizzazione della cromatina dei gameti va incontro a importanti fenomeni di rimodellamento. Nell’embrione preimpiantato la cromatina regola l’espressione genica, consentendo una prima ondata di attivazione di geni embrionali a partire dalla fase terminale del primo ciclo cellulare, e una espressione genica più consistente quando l’embrione è a due cellule.

 

21– L’architettura del genoma

 

I cromosomi all'interno del nucleo occupano precise regioni che variano con il ciclo cellulare in un contesto dinamico che si ripete a ogni ciclo. Ciò è stato dimostrato utilizzando una tecnica di ibridazione in sito che permette di evidenziare un singolo cromosoma con sonde fluorescenti. Se un cromosoma o una sua porzione viene a essere spostato dal proprio dominio spaziale, anche l'espressione dei geni di quella porzione può cambiare.

Che cosa accade a un nucleo di una cellula somatica quando viene trasferito all'interno del citoplasma della cellula uovo?

Le caratteristiche di metilazione, organizzazione della cromatina e architettura del genoma sono mantenute o variate?

Il confronto tra l’agire del genoma di uno zigote ottenuto dalla normale fecondazione tra uno spermatozoo e un oocita e quello di uno zigote ottenuto da trasferimento nucleare permette di stabilire i requisiti di metilazione, organizzazione della cromatina e architettura nucleare, necessari al corretto sviluppo dell'embrione, e quali siano le modificazioni “tollerate” o “tollerabili”, e così definire i possibili interventi sperimentali e terapeutici.

In futuro sarà forse possibile prelevare da un adulto una cellula somatica e coltivarla in modo da farla tornare indifferenziata, per poi ottenere un tipo cellulare nuovo ritrasferibile nel corpo dell'individuo in grande quantità, oppure coltivabile fino alla produzione di nuovi tessuti o addirittura organi.

La più promettente applicazione in ambito biomedico di queste tecniche è certamente quella della produzione di popolazioni cellulari o di veri e propri tessuti di trapianto.

L'impiego terapeutico di questi tipi cellulari è però ostacolato da almeno due grandi difficoltà.

La prima è posta dalla difficile reperibilità di  staminali nell'adulto, e perciò dal fatto che esse possono essere isolate solo da embrioni, con conseguenti problemi etici.

La seconda è legata a eventuali incompatibilità immunologiche nei confronti dei nuovi tessuti. Impiegando staminali del paziente stesso, si potrebbe risolvere il problema, quando si riesca a ottenerle, oppure utilizzando le cellule del suo cordone ombelicale congelate alla nascita.

Oppure associare le tecniche del trasferimento nucleare con quelle impiegate per il differenziamento delle cellule staminali. Che però richiede l’uso di oociti, e solleva problemi etici, legati sia all’impiego e donazione di gameti, sia alla salute della donatrice.

Tanja Dominko ha dimostrato che il citoplasma dell'oocita di bovino è in grado di determinare la proliferazione cellulare del nucleo di cellule somatiche di ratto, maiale, ariete e scimmia sino alla formazione della cavità del blastocele.

Lo scopo di queste ricerche è quello di giungere a riprogrammare in vitro i nuclei delle cellule somatiche in assenza del gamete femminile impiegando citoplasti artificiali. Questa strategia è stata fortemente raccomandata dall’ex Ministro della Sanità Veronesi

 

22– Cellule staminali per guarire l’infarto

 

Ricercatori transalpini hanno usato staminali muscolari (dette mioblasti) prelevate dalla gamba di un paziente sopravvissuto a un infarto. Le hanno moltiplicate in provetta e poi inserite nell’area del cuore colpita dall’attacco cardiaco. Questa parte del cuore non era più capace di contrarsi in quanto la sue cellule erano morte perché colpite da infarto, ossia per insufficienza cardiaca cronica.

Dopo il trapianto le staminali si sono trasformate in cellule cardiache perfettamente funzionanti. In tutte le cellule muscolari una proteina detta miosina, dà loro la capacità di contrarsi. La miosina delle cellule del cuore è “lenta”. Le staminali trapiantate possiedono grandi quantità di questa miosina lenta, avendo acquistato le caratteristiche dell’organo in cui inserite.

Un solo caso non può dare conclusioni. Ma è imminente una ricerca internazionale che coinvolge più di 300 pazienti. Alla sua conclusione si vedrà se le staminali muscolari possono davvero curare l’infarto.

Altri centri di ricerca stanno sperimentando se staminali di midollo osseo abbiano capacità di stimolare la nascita di una fitta rete di vasi sanguigni, che portino ossigeno e nutrimento al cuore, migliorandone il funzionamento.

 

23 – Le cellule staminali cancerose

 

Per comprendere qui chiaramente la formazione delle cellule staminali cancerose (CSC), come delle altre costitutive dei mali che risultano tuttora di difficile e sovente impossibile guarigione (Parkinson, AIDS, ecc.), occorre far riferimento al fatto, da me gia rilevato, che le cellule staminali sono le reali primissime formatrici degli esseri viventi.

Così è avvenuto perchè, non essendo ancora stati costituiti compiuti esseri viventi, le cellule che hanno iniziato a costituirli non potevano possedere funzioni, e quindi destinazioni, determinate: bensì, ecco l’importante e rivelatore, qualsiasi destinazione e funzione venivano assumendo nell’associarsi tra loro a costituire esseri minori, o tessuti di organi specifici di esseri maggiori.

E’ evidente che molte cellule staminali, mentre si associavano, o rimaste fuori delle associazioni immediate o rapide, venivano ostacolate e danneggiate dalle intemperie e loro troppo frequenti modifiche: e alcune di queste  penetravano tra gli organi e tessuti sani, che le contenevano entro limiti sopportabili, oppure venivano erose e indebolite.

Ovviamente le attuali staminali non sono affatto quelle antiche e prime. Ma quanto è avvenuto allora tende a ripetersi al presente, sia nelle cellule normali e staminali sane, sia in quelle difettose e portatrici di mali molto gravi.

Al proposito occorre avere presente, tenendo l’occhio particolarmente sull’uomo, che noi tutti siamo i discendenti di quelle prime speci umane nel riparto in organi e funzioni, e nelle collocazioni e nei reciproci rapporti entro il complessivo individuo; e in forza della ripetizione ereditaria da individuo a individuo.

La ripetizione ereditaria tende a ricomporre quanto è come è, dei corpi, intelletti, sviluppi nervosi, conoscenze, capacità, sentimenti, tendenze, modifiche e affinamenti. Di essi ci sono perciò elementi che risalgono a tempi lontanissimi, forse ai primissimi: e sono proprio quelli che, pur di minore numero, sono di maggior vigore, sia in sanità, sia in difetti e mali che producono.

Che fare per resistere a questi ultimi, quando se ne verifichi l’esistenza mediante le difficoltà curative dei gravi e inesorabili mali che producono, evitare il sorgere di forme cancerose, e di altre malattie, e concorrere a combatterle quando sorgono?

L’ho gia scritto e riscritto, e continuo a farlo finché abbia vita e forza adeguata. La vita individuale è data dall’equilibrio che si è venuto formando tra i tessuti e organi cellulari e le attività e forze di questi che ci compongono, e specie in quella cerebrale, destinata a tenere sotto controllo, e quindi equilibrio, l’intero individuo vivente. Il che non vuol dire sfuggire studi e addestramenti che arricchiscono, e giovano a consolidare, la nostra attività intellettuale, e la sua guida e rispondenza sul restante organismo. Anzi è prevalentemente questo sviluppo dell’attività intellettiva a contenere la crescita di quella ad essa avversa, e quindi malsana di qualsiasi tipo.

Pertanto angoscia, ansia, irritazioni, rabbia, tensioni, eccessi in sforzi muscolari e cerebrali, passioni troppo intense, teorizzamenti tormentosi che spingono a direzioni estreme, e così verso continui squilibri, che, oltre a disconoscere le resistenze e le posizioni proprie, disconoscono le migliori funzioni dei singoli organi e loro parti e momenti.

Ma  altri squilibri vengono operati, col cibarsi troppo ingordo di difficile digestione, e di quantità non controllata, col bere vini e liquori e caffè senza moderazione, fumare troppe sigarette (tenendo presente che la parte divenuta carboniosa dei loro tubetti cartacei è più della nicotina nettamente cancerosa, e si deposita entro le ramificazioni polmonari e dei bronchi, e sulle mucose della faringe e laringe), non parliamo poi di droghe e loro succedanei.

Se la maggior parte delle persone afflitte da tumori danno un’occhiata ai loro decorsi comportamenti si accorgerebbero a quali e quanti di essi devono la natura maligna e quasi o del tutto indomabile delle loro afflizioni; mentre una risoluta e costante attenzione a salvaguardare l’equilibrio del pensare, del sentire e dell’agire può molto, specie nei casi più scoperti e persistenti che non rare volte, purtroppo, sembrano persecutori di alcuni individui anche molto sagaci e diligenti. Ho già rilevato che il caso, che la fortuna, scompagina spesso le maggiori più avvedute capacità; ma se queste sono ridotte dalla nostra incuria, non facciamo che accrescere noi stessi le nostre avversità.

 

Appendice

La Biosfera e la Noosfera
Di
Vladimir I. Vernadsky

Articolo pubblicato sulla rivista statunitense “American Scientist” nel Gennaio del 1945.

La Biosfera

Ricordando la situazione della II guerra mondiale in Europa, essa iniziò nel 1939 dopo un periodo di pace di 21 anni, e investì prima l’Europa Occidentale e poi quella orientale.
Una guerra di tale potenza, durata e forza non si era mai vista nella storia dell’uomo. Essa fu anche preceduta dalla prima guerra mondiale che, anche se meno potente ha avuto una connessione di causa con quest’ultima.
Nel nostro paese la prima guerra mondiale sfociò in una nuova, senza precedenti storici, forma di stato, non solo nel campo dell’economia ma anche in quello delle aspirazioni nazionali. Dal punto di vista dei naturalisti (così come degli storici), un fenomeno storico di tale potenza dovrebbe essere esaminato come parte di un singolo grande processo geologico terrestre e non semplicemente come un processo storico.
Nel mio lavoro scientifico la prima guerra mondiale ha influito in modo decisivo. Essa ha cambiato radicalmente la mia idea geologica del mondo. E’ nell’atmosfera di questa guerra che mi sono avvicinato a un concetto di natura, a quel tempo dimenticato, e allora nuovo per me e per altri; una concezione biochimica e biogeochimica che considerava la natura non vivente e vivente dallo stesso punto di vista.
Ho passato gli anni della prima guerra mondiale in un ininterrotto lavoro scientifico che ho poi portato avanti sempre nella stessa direzione.
28 anni fa, nel 1915 una “Commissione per lo studio delle Forze produttive” del nostro paese, la così chiamata KEPS, fu formata presso l’Accademia delle Scienze. Questa Commissione di cui fui eletto Presidente svolse un lavoro importante durante la prima guerra mondiale. Ci si era accorti infatti, quando la Russia era gia in guerra, che nella Russia zarista non esisteva alcun dato preciso sulle cosiddette materie prime strategiche, e noi fummo chiamati a mettere insieme i dati disponibili (disparati e incompleti) per colmare tale lacuna. Sfortunatamente quando iniziò la seconda guerra mondiale, solo la parte burocratica di tale commissione era stata mantenuta, e fu necessario ricostruirla completamente.
Impostando lo studio dei fenomeni geologici da un punto di vista geochimico e biogeochimico possiamo comprendere l’unità dell’ambiente che ci circonda.
Nel 1917 - 1918 stavo in Ucraina e tornai a Pietrogrado solo nel 1921. Durante questi anni il mio pensiero era diretto verso le manifestazioni geochimiche e biogeochimiche dell’ambiente che circonda la natura, la biosfera.
Arrivai gradualmente a delle conclusioni attraverso letture e resoconti che studiavo in ogni città di residenza, Yalta, Poltava, Kiev, Sinferiopol, Novorossisks, Rostov, etc. Ovunque andassi leggevo tutto quello che era disponibile su questo argomento cercando sempre di tralasciare il più possibile gli aspetti filosofici e religiosi e concentrandomi solamente sui fatti scientifici stabiliti empiricamente e le loro generalizzazioni. Invece del concetto di “vita” introdussi quello di “materia vivente”, termine ora comunemente usato nella letteratura scientifica.
Per “materia vivente” si intende la totalità degli organismi viventi. E’ una generalizzazione di fatti empiricamente indiscutibili e osservabili facilmente e con precisione.
Il concetto di “vita” è al di fuori dei confini della “materia vivente”, si entra nel campo della filosofia, della religione e delle arti. Nella vita di oggi, intensa e complessa come è, una persona praticamente dimentica che egli, e tutta la specie umana da cui è inseparabile, sono inseparabilmente connessi alla biosfera, cioè con quella specifica parte del pianeta dove essi vivono. E’ costume di molti parlare dell’uomo come un individuo che si muove liberamente sul nostro pianeta, e liberamente costruisce la sua storia. Però ne gli storici, gli scienziati dell’umanità, ne per certi aspetti i biologi, hanno mai considerato le leggi della natura nella biosfera, l’inviluppo della Terra, che è il solo posto dove la vita può esistere.
L’uomo è elementarmente indivisibile dalla biosfera. Questa inseparabilità solo ora comincia a diventare chiara e precisa. In realtà nessun organismo vivente esiste allo stato libero sulla terra. Tutti gli organismi sono inseparabilmente e continuamente connessi, prima di tutto attraverso la nutrizione e la riproduzione, con il materiale energetico dell’ambiente. L’Accademico di Pietroburgo Caspar Walf (1733-1794) che passò tutta la sua vita in Russia, espresse brillantemente questo fatto nel suo libro pubblicato nel 1789, l’anno della rivoluzione francese, “Sulle forze peculiari ed efficienti, Caratteristiche delle piante e degli animali”. La specie umana, come parte della materia vivente, è inseparabilmente connessa con il resto della materia vivente, e questa è connessa all’inviluppo che racchiude la Terra, la biosfera. La specie umana non può essere fisicamente separata dalla biosfera per un singolo minuto.
Il concetto di “biosfera” cioè “il dominio della vita”, fu introdotto in biologia da Lamarck (1744- 1829) a Parigi all’inizio del 19° secolo e in geologia da E. Suess (1831 – 1914) a Vienna, alla fine del 1800.
Nel nostro secolo c’è una nuova comprensione della biosfera.
Dalla biogeochimica noi abbiamo appreso che gli organismi viventi non esistono solo sul nostro pianeta, ma anche in altri pianeti del sistema solare. Ciò è stato stabilito oltre ogni dubbio, almeno per tutti i così detti pianeti “terrestri” cioè Venere, Terra e Marte nel nostro sistema solare. Nel laboratorio di biogeochimica dell’Accademia delle Scienze di Mosca che è stato rinominato Laboratorio su Problemi di Geochimica, e in collaborazione con l’Istituto di Mineralogia dell’Accademia delle Scienze, noi abbiamo identificato la presenza della vita nel cosmo con ricerche che risalgono al 1940. Questo lavoro fu poi sospeso per la guerra e spero sia ripreso quanto prima.
L’idea della vita come fenomeno cosmico è stato preso in esame da diversi scienziati in passato. Alla fine del 1600 lo scienziato danese Cristian Huyghens (1629- 1695) nel suo lavoro “Cosmotheros” che fu pubblicato postumo, ipotizzò questo fatto molto chiaramente. Il libro fu anche pubblicato in Russia nel primo quarto del diciottesimo secolo su iniziativa di Pietro I. In questo libro Huyghens stabilì la generalizzazione scientifica che la “vita” è un fenomeno cosmico, in qualche modo distinto dalla materia non vivente. Io ho recentemente chiamato questa generalizzazione “Il principio di Huyghens”.
Se consideriamo il peso, la materia vivente rappresenta una minima quantità del pianeta. E’ stato così attraverso tutte le ere geologiche. La materia vivente è concentrata in uno strato sottile e più o meno continuo, dalla troposfera al terreno, in campi e foreste, inoltre permea interamente tutti gli oceani.
In quantità rappresenta circa lo 0.25% della biosfera. Sulla terra la massa continua di materia vivente raggiunge la profondità di circa 3 Km, in media.
Non esiste traccia di vita sulla Terra al di fuori della biosfera.
Nel corso delle ere geologiche la materia vivente è cambiata morfologicamente secondo le leggi della natura. La storia della materia vivente si esprime come una lenta modificazione delle forme di organismi viventi che, geneticamente, sono ininterrottamente connessi tra loro, da una generazioni a quella successiva. Questa idea si è affermata nella metà del 1800 e ha avuto solide fondamenta nei lavori di C. Darwin (1809- 1882) e Wallace (1822- 1913).
Il processo di evoluzione è una caratteristica solo della materia vivente. Non ci sono manifestazioni di evoluzione della materia non vivente sul nostro pianeta. Nell’era del Precambriano si sono formati minerali e rocce esattamente come si formano oggi. Le sole eccezioni sono i corpi naturali bio-inerti connessi con la materia vivente. I cambiamenti nella struttura morfologica della materia vivente, osservata nel processo di evoluzione, inevitabilmente porta a un cambiamento nella sua composizione chimica. Questa questione richiede verifiche sperimentali molto accurate. In collaborazione con l’Istituto di Paleontologia dell’Accademia delle Scienze abbiamo pianificato queste ricerche lo scorso anno, nel 1944.
Mentre la quantità di materia vivente è piccola rispetto alla massa della materia non vivente della biosfera, le rocce di origine biologica costituiscono una grande parte della sua massa e vanno ben oltre i confini della biosfera. Questo materiale, soggetto al fenomeno del metamorfismo, perde ogni traccia di vita, è convertito in granito e non fa più parte della biosfera. Secondo il libro di Lamarck ,“Hydrogelogia”, pubblicato nel 1802, e che contiene molte idee interessanti, la presenza di materia vivente può essere rilevata dalla creazione dei diversi strati di roccia sulla parte superficiale del nostro pianeta.
Il giovane contemporaneo di Darwin, J. D. Dana (1813-1895) e J. Le Conte (1823-1901), entrambi grandi geologi americani, anche prima del 1850 formularono la generalizzazione empirica che l’evoluzione della materia vivente, attraverso le ere geologiche, è andata avanti sempre in una direzione ben definita.
Questo fenomeno è stato chiamato da Dana “cefalizzazione”. Dana, come Darwin, fece una serie di viaggi intorno al mondo dal 1838 al 1842, e, in questo periodo, formulò la sua teoria.
La nozione empirica di una direzione definita del processo evolutivo, senza una formulazione convincente delle basi teoriche del fatto, erano radicate già nel secolo precedente. Buffon (1707-1788) parla dell’importanza geologica dell’uomo, ma rifiutò l’idea di evoluzione.
Le idee di Dana possono facilmente essere verificate sulla base di una moderno trattato di paleontologia. Il principio di Dana non solo riguarda il regno animale in generale, ma si applica ad ogni singola specie animale, incluso l’uomo.
Dana affermò che nel corso delle ere geologiche, da circa 2 milioni di anni fa, sono avvenuti processi non lineari di crescita e perfezionamento del sistema nervoso centrale in tutte le specie viventi. Egli studiò questo fenomeno in modo dettagliato nei crostacei, e trovò che la stessa cosa era avvenuta anche nei molluschi, quindi nelle varie specie di rettili e di mammiferi. Chiamò questo fenomeno “cefalizzazione”. Il cervello, una volta che ha raggiunto un certo stadio di evoluzione, non è più soggetto ad una retrocessione, può solo crescere e perfezionarsi ulteriormente per raggiungere uno stadio più evoluto, e questo fenomeno avviene passando da una generazione ad un’altra.
Procedendo dalla nozione di ruolo geologico dell’uomo il geologo A.P. Pavlov (1854-1929) negli ultimi anni della sua vita parlò di “era antropogenica in cui noi ora viviamo”.
Egli non prese in considerazione il fatto che i valori materiali e spirituali dell’uomo potevano essere distrutti, cosa di cui noi siamo oggi ben coscienti dopo che abbiamo visto le barbarie della seconda guerra mondiale, teorizzò quindi che l’uomo era diventato senza dubbio una forza geologica del nostro pianeta.
Questa forza geologica dell’uomo si è formata in modo impercettibile attraverso un lunghissimo periodo di tempo. Ciò ha anche coinciso con il cambiamento della posizione dell’uomo nel nostro pianeta (prima di tutto da un punto di vista materiale). Nel XX secolo l’uomo, per la prima volta nella storia della Terra, conosce e opera su tutta la biosfera, completa le mappe geografiche e colonizza tutta la superficie del pianeta. Oggi è possibile soggiornare anche al Polo Nord e, con la radio e la televisione, si può comunicare con ognuno in ogni angolo della Terra. Tutto questo è il risultato della “celafilizzazione”, la crescita e il perfezionamento del cervello dell’uomo, e quindi del lavoro generato da questo cervello. L’economista L. Brentano, ha illuminato questo fenomeno con un semplice calcolo: se fosse assegnato un metro quadrato ad ogni uomo e se gli uomini presenti sul pianeta (1945) fossero messi tutti vicini, l’uno all’altro, essi non occuperebbero una superficie superiore al lago di Costanza in Svizzera. Ciò ricorda che di fatto la Terra è vuota di uomini. La totalità della specie umana, dal punto di vista della massa, è una quantità insignificante della massa del pianeta. La sua forza non deriva dalla massa ma dal cervello. Se l’uomo comprende questo e non usa la sua forza e il suo cervello per l’autodistruzione si apre un immenso futuro di fronte a noi nella storia biologica della biosfera.
Il processo di evoluzione biologica mostra l’unicità e l’uguaglianza di ogni uomo. L’uomo sapiens, i suoi avi e la sua progenie, bianca, rossa , gialla o nera, si è evoluta continuamente in innumerevoli generazioni. Questa è una legge della natura. Tutte le razze umane sono infatti capaci di fertilizzarzi vicendevolmente e produrre discendenti fertili. Quindi secondo questa legge della natura, generazione dopo generazione, il cervello e il sistema nervoso degli individui, cresce e si perfeziona.
Ciò non avviene tra specie diverse, anche se molto simili. Il cavallo e l’asino possono infatti anche accoppiarsi, ma il loro figlio, il mulo, è sterile e interrompe quindi la catena della crescita e del perfezionamento del cervello.
Questa legge della natura è fondamentale. Era infatti chiaro fin dall’inizio che nella guerra terribile, che è appena terminata, avrebbe vinto chi seguiva questa legge naturale.
Non è possibile opporsi impunemente al principio dell’unità e dell’uguaglianza di tutti gli uomini secondo la legge naturale.
A questo proposito io uso il termine “legge naturale” con lo stesso significato che si da alle leggi della fisica e della chimica, nel senso di una generalizzazione stabilita con precisione (matematica) di fenomeni fisici empiricamente osservati e analizzati.
Il processo storico è stato radicalmente modificato sotto i nostri occhi, per la prima vota nella storia della specie umana gli interessi dei popoli e il libero pensiero degli individui determinano il corso della specie umana e forniscono gli standard per un’idea di giustizia. La specie umana presa come un intero sta diventando una potente forza biologica. Questo solleva il problema della ricostruzione della biosfera secondo gli interessi e il libero pensiero dell’umanità come una totalità.
Questo nuovo stato della biosfera chiamiamo “noosfera”.


La Noosfera

Nelle mie presentazioni alla Sorbona di Parigi (1922-23), affermai che i fenomeni biogeochimici fossero la base della biosfera. Parti di queste presentazioni sono state pubblicate nel libro “Studi di Geochimica” che fu prima pubblicato in francese nel 1924 e quindi in russo nel 1927.
Il Matematico francese Le Roy (un filosofo bergsoniano) accettò l’idea delle fondamenta biogeochimiche della biosfera come punto di partenza e nelle lezioni che tenne al College de France a Parigi, introdusse, nel 1927, il concetto di “noosfera” come lo stadio attraverso cui la biosfera sta passando nell’odierna era geologica.
Egli disse che era arrivato a questa nozione in collaborazione con il suo amico Teilhard de Chardin, grande geologo e paleontologo.
La noosfera è quindi il nuovo periodo geologico del nostro pianeta. In esso per la prima volta l’uomo diventa una forza geologica su larga scala, è cioè in grado di modificare, radicalmente e secondo il suo volere, la biosfera. Con il suo lavoro e pensiero può ricostruire la “provincia” della sua vita.
Una nuova questione potrebbe venir qui sollevata.
Il pensiero non è una forma di energia, come può allora cambiare i processi materiali?
Che io sappia la questione non è stata ancora ben risolta. Fu posta per la prima volta del matematico e biofisico americano Alfred Lotke. Come ha detto Goethe (1740-1832), che oltre essere un grande poeta era anche un grande scienziato,: “la scienza spesso spiega solo come avvengono le cose, ma non ci dice il perché”.
Così per la noosfera, noi vediamo intorno a noi e ovunque i risultati empirici di questo processo. Minerali che erano rarissimi allo stato puro, come il ferro e l’alluminio, sono ora prodotti a miliardi di tonnellate. La stesa cosa possiamo dire dei prodotti delle sintesi chimiche. Chimicamente la superficie della Terra, la biosfera, sta rapidamente cambiando, sia consciamente che inconsciamente, da parte dell’uomo. L’atmosfera, l’acqua sta cambiando sia da un punto di vista fisico che chimico. I mari e gli oceani vicino le coste stanno cambiando. L’uomo deve prendere le misure per salvaguardare i mari e l’atmosfera, e questo implica a sua volta un ulteriore intervento sulla biosfera, per soddisfare le sue necessità.
Molte specie di animali e piante sono gia state create dall’uomo. L’uomo sta inoltre per emergere oltre i confini del pianeta nello spazio cosmico e, sicuramente, presto ci riuscirà in modo permanente.
Nella grande tragedia storica che si è appena conclusa noi abbiamo scelto di stare dalla parte giusta della direzione dello sviluppo della noosfera.
Anche W. Churchill, in un discorso che fece nel 1942, si espresse in questi termini in modo molto interessante.
La noosfera è attualmente l’ultimo dei molti stadi di evoluzione della biosfera nella storia geologica del pianeta. Il corso di questa evoluzione diventa chiaro se analizziamo alcuni aspetti del passato del pianeta.
Alcuni esempi:
Cinquecento milioni di anni fa, nel periodo Cambriano, la formazione dello scheletro degli animali, ricco di calcio, è apparso per la prima volta nella biosfera, quello delle piante era apparso 2 miliardi di anni prima. Questo calcio, utilizzato dalla materia vivente fu uno dei più importanti fattori di evoluzione della biosfera. Un altro cambiamento importante si è avuto tra i 110 e i 70 milioni di anni fa, nel periodo del Cretaceo, specialmente nel Terziario. In quell’epoca si formarono per la prima volta le nostre foreste verdi, in queste foreste è apparso l’uomo tra i 20 e 15 milioni di anni fa.
Ora noi viviamo nel periodo di un nuovo cambiamento nella biosfera. Stiamo entrando nella noosfera. Il fatto importante è che le nostre idee di democrazia, uguaglianza e libertà sono “intonate” con questo processo, con le leggi della natura che governano anche la noosfera.
Affrontiamo quindi il futuro con fiducia. Esso è nelle nostre mani.

   
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